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Il teatro popolare cileno prende vita a Roma Tre

Presentato il laboratorio "Incontro con il teatro popolare cileno" nell'ambito del progetto "Roma Tre by night"

Nell’ambito del progetto "Roma Tre by night" l’Ambasciata del Cile, Andinaproyectos, ufficio politiche per gli studenti e il corso di laurea in DAMS dell’Università Roma Tre hanno presentato il laboratorio "Incontro con il teatro popolare cileno". Il 21 ottobre, presso stessa sede, si è tenuto lo spettacolo interamente realizzato dai partecipanti al laboratorio. Questa esperienza è stata condotta dall’attore Pablo Teillier Contreras e dall’attore e regista Danilo Pedreros Parra, personalità di spicco del teatro cileno e profondi conoscitori della storia del teatro nonché della cultura popolare cilena.

Il laboratorio si è tenuto dal 18 al 21 ottobre presso l’Aula Columbus, in via delle Sette Chiese 101/d, ed è stato aperto a tutti, non solo agli studenti di Roma Tre, proprio per dare la possibilità di fare l’esperienza di avvicinamento al teatro popolare cileno a persone diverse.

Per parlare del teatro cileno è opportuno tener conto del fatto che il Cile è senz’altro il paese dell’America Latina più lontano dal contesto europeo. Fenomeni locali, persino precolombiani, si uniscono alla presenza della conquista e della cultura europea. E la vita teatrale è stata vivace dal 1818, anno d’indipendenza della Repubblica, fino alla crisi mondiale degli anni Trenta. La Depressione, unita alla diffusione del cinema sonoro, fa calare enormemente il surplus dedicato ad un teatro essenzialmente di consumo. Il rinnovamento si deve all’Università e agli studenti che rifiutano modelli vecchi e superati. All’interno dell’Università Statale si inseriscono il Conservatorio, l’Accademia di Danza, il Teatro Nazionale, la prima Accademia di Teatro, l’Orchestra Sinfonica, il Balletto Nazionale. Questo teatro universitario è paragonabile, per struttura, a quello degli stabili europei, con un gruppo fisso di attori scritturati ed un repertorio. Tutto ciò produce un fenomeno di sviluppo continuo, durato fino agli anni Settanta.

Nel 1973 il golpe militare porta alla dittatura di Pinochet e ad un regime che durerà sedici anni. Si chiudono i teatri e le strutture pubbliche, si sospendono i finanziamenti. Il teatro pubblico reagisce come può, cercando di mantenere un repertorio. Durante la dittatura, gli attori, anche grazie all’appoggio estero, hanno avuto la capacità di creare unità produttive autonome, private, che in qualche modo sono sopravvissute. La drammaturgia, in quel momento, era basata sul teatro-cronaca: il teatro diventa allora uno spazio di semi-libertà, di riflessione, di incontro tra oppositori al regime, e molto importante è l’attività del Sindacato Attori. Successivamente si inizia a riflettere anche sul linguaggio, sulla ricerca di metafore che superassero cronaca e denuncia. Oggi il teatro si muove in forme più libere: si segnalano tentativi di teatro d’immagine, di teatro del silenzio, in forme di ricerca accomunate da un estremo rigore. Il teatro cileno ha dunque sempre riflesso la società in cui si muoveva: dapprima prodotto dei ceti medi, poi espressione libera, di resistenza e denuncia, della società civile che rischia in prima persona.

Oggi, con i giovani universitari che cercano di recuperare la memoria negata, il ritorno dall’esilio, il confronto con la democrazia e con il resto del mondo. Lo Stato democratico risponde incoraggiando e sostenendo il teatro con iniziative importanti: la creazione del Fondo Nazionale delle Arti, l’istituzione di una rassegna-vetrina estiva per nuovi artisti e drammaturghi, l’assegnazione di premi, il finanziamento di progetti di produzione, così che il teatro possa liberarsi dalla sudditanza al mercato. Il regime democratico ha un debito con il teatro cileno, che ha saputo lottare e resistere.

Lo scopo dell’iniziativa di Roma 3 è stato l’avvicinamento e la sensibilizzazione alla creazione teatrale vista dalla prospettiva della cultura popolare del Cile. Particolare attenzione e approfondimento è stato dedicato all’opera creativa di Violeta Parra e Víctor Jara: due affascinanti protagonisti della storia, non solo teatrale, del loro paese.

Victor Jara nacque in una piccola città nei pressi di Santiago del Cile da una famiglia di contadini. Suo padre li abbandonò e la madre dovette crescere da sola Victor e i suoi fratelli. Era una donna ottimista e molto forte: lei stessa cantante, insegnò a cantare e a suonare la chitarra anche a Victor, ebbe una grande influenza sul suo futuro stile musicale, purtroppo morì quando Victor aveva solo 15 anni. Il ragazzo decise allora di entrare in seminario, ma ne uscì per andare ad arruolarsi nell’esercito, dove rimanse per alcuni anni. Al suo ritorno, Victor iniziò a studiare la musica popolare cilena e ad interessarsi di politica. Nel 1966 uscì il suo primo disco intitolato semplicemente "Victor Jara". Le sue canzoni sono piene d’amore per il suo popolo, ritratto come semplice e gran lavoratore: molte di esse sono attacchi contro le ingiustizie sociali e gli scandali politici. Victor è elemento portante del movimento musicale conosciuto come Nueva Canción Chilena, coinvolto in molte attività rivoluzionarie. Svolse anche un’intensa attività teatrale. Nel 1961 come direttore artistico lavorò in Olanda, Francia, Unione Sovietica, Cecoslovacchia. Nelle elezioni presidenziali del 1973 si schierò per Salvador Allende, dando concerti in favore dei suoi ideali politici. La campagna di Allende ebbe successo ma, poco dopo essere stato eletto, il neo presidente venne destituito da un colpo di stato militare. Nel corso dei rastrellamenti anche Victor venne arrestato. Dopo alcuni giorni di prigionia venne portato, assieme ad altri prigionieri politici, nello stadio nazionale del Cile, dove aveva tenuto alcuni dei suoi concerti per Allende. Lì i militari torturavano i prigionieri: spezzarono le mani di Victor e lo derisero, esortandolo a cantare le sue canzoni. Nonostante le torture, Victor intonò la canzone del Partito di Unità Popolare, venendo brutalmente ucciso a colpi di pistola. Oggi le sue canzoni, politicamente impegnate e così intensamente umane, sono ricordate ed amate in tutto il mondo.

Anche la vita di Violeta Parra non fu meno intensa. Nacque nella provincia cilena il 4 ottobre 1917. Date le condizioni economiche assai precarie della sua famiglia, fin da piccolissima cominciò a cantare in locali pubblici per guadagnare qualche soldo. A nove anni imparò a suonare la chitarra; le prime canzoni le scrisse a dodici anni. Diplomatasi maestra elementare, a 23 anni Violeta Parra esordì in un teatro della capitale cilena e incise i suoi primi dischi. I suoi interessi per l’autentica musica popolare cilena la spingono sempre di più al contatto con la gente e, di conseguenza, ad una precisa maturazione e presa di coscienza politica. Durante la dittatura di Pinochet, visse con la sua famiglia in esilio in Italia. Alla metà degli anni ’50, Violeta Parra cominciò il suo "viaje infinito" per tutto il Cile, dal nord rovente e desertico fino alle estreme e gelide terre australi. Dal suo "viaggio infinito" nacquero, oltre alle raccolte di canti popolari che saranno alla base dell’intero movimento della Nueva Canción Chilena, dei capolavori poetici. Assieme al musicista Patricio Manns e al giovane Víctor Jara, fondò una società editoriale e discografica chiamata "Estampas de América"; tornò a viaggiare, approfondendo ancora di più le radici, le tradizioni e le lotte sia dei contadini che del proletariato e del sottoproletariato urbano. Contemporaneamente si dedicò anche ad altre attività artistiche, come la ceramica e la tappezzeria. Violeta Parra fu una donna generosa, geniale ed inquieta, soggetta ad allegrie irresistibili e a terribili depressioni improvvise, ebbe sempre chiaro quale fosse il compito che si era prefisso. Negli anni ’60, si avvicina al Partito Comunista Cileno e comincia a scrivere canzoni di estrema violenza rivoluzionaria e anticlericale. Muore suicida nel 1967.

Del folklore diceva: "Non lo intendo come una sopravvivenza archeologica isolata che si sviluppa come cultura dominata nei confronti di una cultura dominante, ma come un fenomeno culturale che corrisponde a determinate forme sociali e che si trasforma o si annulla in funzione di tale corrispondenza".

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