In “Mamma Roma” di Pasolini, la morte di Ettore e il Cristo morto del Mantegna

Francesco Sirleto - 20 Gennaio 2022

Nel 1962, alla Mostra di Venezia, Pasolini presenta il suo secondo lungometraggio: “Mamma Roma”, interpretato da una grandissima Anna Magnani (nella parte di Mamma Roma) e da Ettore Garofalo nella parte del figlio Ettore. Tra le varie immagini e scene del film, quella che colpì in maniera particolare sia il pubblico che la critica fu la sequenza che descrive la morte di Ettore, in una buia cella di un carcere, legato mani e piedi ad un letto di contenzione. Nella sceneggiatura le scene nelle quali viene distribuita la drammatica sequenza (ispirata da un fatto di cronaca: la morte in carcere del giovane Marcello Elisei) sono la n. 43, la n. 44, la 45, la 48 e la 50.

Nella scena 43 leggiamo: “Interno. Notte. Nella cella non c’è niente. Un solo lucernario, in alto, da cui entra la luce della luna. Non c’è niente. Il pavimento, il soffitto, le pareti alte. E un letto di cemento con in mezzo un buco. Ettore è legato al letto. Mezzo nudo, come si trovava in infermeria, quando ha incominciato ad urlare. E’ come un piccolo crocifisso, con le braccia tese, coi polsi legati: legati anche i piedi, e una cinghia gli stringe anche il petto. Ettore continua a urlare: dicendo parole incomprensibili, agitandosi come un pazzo, divincolandosi disperatamente. ETTORE: Aiuto … Perché m’avete messo qua? … Perché? Aiuto … Me fanno male le braccia … Aiuto … Aiuto … (con improvvisa furia) Li mortacci vostra!
E comincia a dimenarsi , furiosamente, come una piccola belva, mentre lontani rintocchi di campane suonano le ore”.
Nella scena n. 50, che conclude l’agonia di Ettore e che si svolge nella stessa cella di segregazione, leggiamo: “Ettore è immobile, sopra il tavolaccio, stretto dalle inutili cinghie. Non si muove, non parla, non respira. La luce del sole ha invaso l’orribile cella”.
Così, dopo la morte di Accattone (nel film omonimo), e prima della morte in croce di Stracci (nel film La Ricotta), e in preparazione della morte di Gesù nel Vangelo secondo Matteo, Pasolini, ispirato dalla concezione “figurale” di Erich Auerbach (autore di Mimesis e di quei Saggi su Dante che tanta influenza ebbero sulla conoscenza e sull’interpretazione della Commedia dantesca da parte del poeta delle Ceneri di Gramsci), rappresenta le morti di tre poveri cristi, borgatari e in cerca di una redenzione umana e sociale, come simboli e pre-figurazioni della morte di Cristo. Ma vi è qualcosa in più dietro quelle “figure” e in quelle morti: vi si nasconde lo stesso Pasolini, fatto oggetto, in quegli anni, di violenti attacchi e aggressioni da parte di gruppi fascisti organizzati e sottoposto ad una sorta di persecuzione giudiziaria da parte di certi magistrati sempre pronti a cogliere qualsiasi occasioni (perfino le accuse più assurde e fantasiose) pur di trascinare il poeta sul banco degli imputati.

Sull’accostamento dell’immagine di Ettore con il Cristo morto di Mantegna, nonostante le proteste di Pasolini, il quale invece avrebbe preferito un paragone con Masaccio e – per quanto riguarda il contrasto luce – oscurità che caratterizza la cella nella quale è immerso il corpo di Ettore – con il Caravaggio, hanno insistito anche biografi di Pasolini, come ad esempio Enzo Siciliano che ha parlato di una “contaminazione” tra “Masaccio, il Cristo morto di Mantegna e la luce caravaggesca che fa da schema all’immagine filmica di questa morte”. In ogni caso, a prescindere dagli oggettivi rimandi alla storia dell’arte italiana rinascimentale, un altro elemento ci fa capire che la morte di Ettore, così come le morti di Accattone e di Stracci, è preceduta da una sorta di “discesa agli inferi” sottolineata da un’esplicita citazione di un ampio brano dal XVIII Canto dell’Inferno (tanto per ritornare alla concezione figurale formulata, a proposito di Dante, da Erich Auerbach): nella scena n. 42, che si svolge nell’infermeria della prigione (quindi prima della reclusione di Ettore nella cella di segregazione), il giovane incontra un vecchio carcerato infermo che recita questi versi dal succitato Canto: “E mentre io laggiù co’ l’occhio cerco,/ vidi un col capo sì di merda lordo,/ che non parea s’era laico o cherco./ Quei mi sgridò: “Perché se’ tu così ingordo/ di riguardar più me che gli altri brutti?”. Successivamente, dopo un’interruzione, il vecchio carcerato riprenderà recitando ben altri nove versi dello stesso Canto. Tutta la sequenza della morte di Ettore (con gli impliciti ma anche espliciti rimandi all’arte e alla letteratura) suscita uno spaesante effetto di un sublime contrasto tra la bellezza eterna dell’arte e la bruttezza della vita. Parafrasando il Platone del Simposio: la Bellezza come prodotto e immagine sensibile del Male.


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