

La Regione Lazio stanzia 7 milioni di euro per l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie
"La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana (…) E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi". Era il 1991 e queste parole, contenute nel documento contro la camorra "Per amore del mio popolo", sarebbero divenute il testamento spirituale di don Peppe Diana, parroco della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, ucciso da due killer il 19 marzo 1994 mentre si accingeva a celebrare la Santa Messa. A pochi giorni dal sedicesimo anniversario della sua morte, l’associazione Libera e "daSud"onlus lo ricordano, a Roma, in un incontro dedicato alla presentazione della cooperativa sociale "Le terre di don Diana", impegnata nella coltivazione dei terreni confiscati alla criminalità organizzata nella provincia di Caserta. "La cooperativa è ancora nella sua fase iniziale – spiega Valerio Taglione, referente Libera Caserta – ma riteniamo la sua costituzione un passo importante verso una cultura della legalità. Lavorare i terreni sottratti alla camorra – prosegue – significa dare vita a delle comunità alternative alle organizzazioni criminali, invogliando i giovani a rimanere nelle loro città d’origine, necessaria premessa per la rinascita del territorio. In questo senso la figura di don Peppe Diana ha un valore altamente simbolico, proprio perché ha pagato con la vita il suo impegno civile e il suo tentativo di operare un cambiamento nelle zone dilaniate dalle infiltrazioni camorristiche".
Enrico Fontana, consigliere alla Regione Lazio, è promotore della prima Agenzia Regionale per l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. "Si ritiene che la maggior parte delle attività criminali – esordisce – sia svolta nelle regioni meridionali. Ma questo sta diventando, di anno in anno, solo un luogo comune. In realtà la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta hanno esteso le loro ramificazioni anche al centro e al nord Italia. Nel Lazio, ad esempio, ci sono quasi quattrocento beni confiscati alle mafie, un numero impressionante, che fa balzare la regione al quinto posto per numero di beni sequestrati sul territorio nazionale". Molto spesso, però, tra la confisca del bene e il suo effettivo utilizzo da parte della comunità intervengono numerosi meccanismi burocratici, di non sempre facile soluzione. Se a ciò si aggiungono le ipoteche bancarie che spesso gravano sugli immobili, il processo di acquisizione da parte dei cittadini può rivelarsi davvero arduo. "A questo proposito – risponde Fontana – la Regione Lazio ha stanziato una somma pari a 7 milioni di euro che, nell’arco di tre anni, confluirà in un apposito fondo di garanzia, istituito presso la Regione Lazio. In tal modo intendiamo aiutare le cooperative sociali e gli altri enti che intendono subentrare nell’utilizzo del bene confiscato, ma che debbono rinunciarvi a causa di debiti pregressi". Esempio di proficua sinergia tra impegno sociale profuso nella lotta alle mafie e attività politica spesa nel reale perseguimento del bene collettivo.
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