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Inaugurata l’Ara Pacis di Meier

Riapre dopo sette anni, incastonata nel tanto atteso e contestato museo dell'architetto americano

Il 21 aprile a salutare il ritorno ai romani dell’Ara Pacis non mancava nessuno tra politici e mondanità, dal sindaco della città Water Veltroni che ha sottolineato come “a Roma il bello non è solo alle nostre spalle, non c’è una contraddizione insanabile tra passato e futuro”, a Francesco Rutelli, a Gianni Alemanno candidato a sindaco della Cdl che non ha perso occasione per ribadire di “voler smontare e spostare la teca in periferia” in caso di elezione.
Ci sono voluti sette anni, 16 milioni di euro e un architetto come l’americano Richard Meier, ma alla fine il millenario altare augusteo, l’Ara Pacis, uno dei monumenti più amati della capitale, ha rivisto la luce sotto nuove vesti: la tanto discussa teca di marmo, acciaio e cristallo uno scempio per alcuni, una “discarica indecente” come l’ha apostrofata l’ex ministro della Cultura Vittorio Sgarbi.

Invito alla mano, non sono mancati personaggi della cultura e dello spettacolo come il regista Bernardo Bertolucci, il suo collega Citto Maselli, gli attori Christian De Sica, Laura Morante, Pamela Villoresi.

Battesimo tra le polemiche, dunque, quelle stesse che sin dall’inizio non hanno mai abbandonato questa costruzione, la prima moderna edificata nel centro storico della Città Eterna dai tempi del fascismo, più di cinquant’anni fa. A differenza degli artisti dell’antichità che hanno completato i famosi fregi di marmo dell’altare in appena quattro anni, Meier si è battuto per costruire il museo in più di dieci anni, tre le proteste della popolazione e i problemi di bilancio che hanno acceso il dibattito sul futuro della capitale.
Oltre 1.500 metri quadri di vetro temperato assicurano la visibilità del padiglione, di giorno, e la notte la teca illuminata diverrà un punto di riferimento per tutta questa zona del centro storico, restituendo all’Ara Pacis quella sua naturale vocazione nei secoli a trasmettere un senso di serenità.

Meier si è augurato che il monumento nel suo nuovo abito suggerisca ai visitatori una riflessione sulla pace nel mondo, mentre a stemperare i toni di protesta, dall’infelice sortita di Sgarbi ad una contestazione di alcuni esponenti di "Fiamma tricolore" che fuori dai cancelli sventolavano bandiere nere, ci ha pensato il sindaco Veltroni. “L’Ara Pacis come il Marco Aurelio, che prima era imbrigliato in una stanzetta e ora respira nell’aula vetrata di Aymonino, ci insegnano che il passato si può proteggere solo con interventi di grande tecnologia – ha dichiarato – Una grande metropoli deve salvaguardare la storia e l’archeologia, ma anche essere capace di aprirsi al nuovo. E’ giusto che si discuta, le discussioni di estetica e di cultura sono sacrosante e nessuna opera contemporanea ne è esente ma è diverso se si entra in considerazioni di altre sfere".

Il prossimo appuntamento è a settembre, quando verrà aperto il museo che riceverà i 500 pezzi dell’Ara Pacis di proprietà del Comune e che non sono stati inseriti nella ricomposizione dell’altare. Non resta che aspettare e godersi per ora la ‘teca delle discordia’.

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