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Intervista con Stefano Tozzi

Presidente del VII Municipio dal 2001 al 2006. "E’ stata una esperienza stimolante e ricca di rapporti umani"

Un bilancio di questi cinque anni?

Mi sembra si possa trarre un bilancio ampiamente positivo. Il VII Municipio è stato per lunghi anni “sospeso” nel suo sviluppo e ciò aveva determinato il sedimentarsi di situazioni di degrado, di marginalità – con vere e proprie “sacche” di povertà – con l’inevitabile ricaduta negativa sulla percezione di sicurezza da parte dei cittadini. In questi cinque anni abbiamo impresso un’inversione di rotta sia sul piano delle opere e dei lavori pubblici, che su quello più squisitamente sociale.

Perché non è stato ricandidato?

Purtroppo, a volte prevalgono logiche legate ad equilibri interni alla coalizione. Lo vediamo nella politica nazionale: è avvenuto, in piccolo, anche qui. D’altra parte, sia i risultati elettorali di questi ultimi anni, sia il legame affettivo oltre che politico instaurato con i cittadini, avrebbero fatto considerare “naturale”, fisiologica, la mia candidatura ad un secondo mandato.

Quali conclusioni trae?

Nessuna in particolare. Anche se in modo “anomalo e precario”, faccio parte ormai da quindici anni della classe politica romana. Per cui “incidenti di percorso” come questo, li ho messi in preventivo fin dall’inizio. Nessuna recriminazione; nessun senso di frustrazione: lascio il governo di questo Municipio confortato dall’affetto e dalla stima di molti. Va bene cosi.

Cosa dire ai cittadini?

Di pretendere che quanto di buono è stato fatto non venga dissipato. Anzi, che si migliori ancora, soprattutto attraverso la loro costante partecipazione democratica.

A chi dire grazie, e a chi no?

Ringrazio tutti. Certo, in primo luogo il mio pensiero va a tutti coloro che hanno contribuito alla definizione ed alle prime realizzazioni di un progetto che può rappresentare una sorta di “Primavera” per il Municipio. Ringrazio poi gli avversari politici (gli esponenti del centrodestra locale) per lealtà con la quale hanno condotto l’opposizione infine, ringrazio anche chi non ha voluto che fossi ricandidato. Può sembrare paradossale, ma la loro azione mi costringe ad un periodo di “relax” che, da solo, non mi sarei mai concesso.

Si tolga un sassolino dalla scarpa?

In questi anni, qualche mio detrattore mi ha attribuito una presunta “debolezza” politica. Ora, se l’educazione, la mitezza, il rispetto delle regole, la responsabilizzazione dei collaboratori finalizzata alla costruzione di una classe dirigente municipale; se tutto ciò è “debolezza” allora hanno ragione. Mi permetto però di proporre un’altra lettura dei fatti. I progetti e le realizzazioni di questi cinque anni sono sotto gli occhi di tutti. Sono stati determinati da un Presidente – certo, non da lui solo – espresso da un partito che non ha avuto rappresentanti né nel Consiglio ne Giunta Comunale. Infatti svolgo ormai da tre mandati il ruolo di amministratore capitolino nella condizione di unico esponente del mio partito. Dal rapporto tra questa condizione ed i risultati raggiunti prima da Consigliere e poi da Assessore Comunale, quindi da Presidente di questo Municipio, non mi pare che il tratto della mia personalità che emerge di più sia quello della debolezza. Nel mio piccolo mi definirei piuttosto, come fece di sé Alessandro Galante Garrone, un “Mite Giacobino”.

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