La battaglia delle amministrative di Roma

Aldo Pirone - 10 Settembre 2021

Alla fine sono 22 i candidati a sindaco di Roma accompagnati da ben 39 liste. È l’ennesimo segno della crisi della democrazia e dei suoi architravi: i partiti. Nelle altre città capoluogo chiamate al voto, Torino, Bologna, Napoli, Trieste, le cose non vanno molto meglio.

Nella capitale lo scontro finale sarà fra una destra di origine fascistoide a egemonia meloniana e un fronte obbligatoriamente antifascista. Il candidato della destra Michetti è una figura imbarazzante, basta sentirlo parlare per rendersene conto. Se Roma dovesse cadere in mano sua e dei camerati che espressero Alemanno, sarebbe una sciagura per la città e per i suoi abitanti.
Nel fronte contrapposto sono tre i candidati che, un contro l’altro armati, si contendono la possibilità di andare al ballottaggio con il “sindaco” alle dipendenze della Meloni: Raggi, Calenda e Gualtieri.

La Raggi è la sindaca “grillina” che ha governato la città senza grande successo. Si è imposta, più che scelta, al suo stesso Movimento come ricandidatura, tant’è che arriva alle elezioni dopo aver perso per strada la sua stessa maggioranza pentastellata in Consiglio comunale.
Il suo handicap insuperabile è il giudizio complessivo dei romani sulla sua gestione: negativo, perfino impietoso.

Calenda si candida in contrapposizione alla politica nazionale del Pd di alleanza con il M5s di Conte, anche se a Roma quest’alleanza non c’è proprio. Ma a Calenda, ammalato di un saccente e presuntuoso egocentrismo, piace fare la mina vagante, senza avere contezza di dove e in favore di chi si fa esplodere.

Gualtieri, che ha vinto le primarie del centrosinistra, è quello che sembrerebbe più accreditato per il ballottaggio con Michetti.
Ha qualche punto rilevante a suo favore rispetto agli altri contendenti. E’ stato ministro dell’economia nel governo Conte 2 con cui ha conseguito il successo del Recovery fund, ha una lunga esperienza di europarlamentare avendo presieduto a Strasburgo la Commissione per i problemi economici e monetari, è stato lontano, per lo meno fisicamente, dal Pd romano e dal suo imbarbarimento correntizio di questi anni. Sul piano economico conosce i meccanismi del Recovery plan da usare in favore di Roma.

La sua candidatura è stata fermata da Letta appena eletto segretario per tentare di far candidare Zingaretti, credendo, tra l’altro, di recuperare un accordo con i pentastellati che mettesse da parte la Raggi. Un obiettivo sbagliato, perché, a parte ogni altra considerazione, era assai discutibile tentare di non far sottoporre la Raggi al giudizio dei romani. Il risultato è stato solo di far perdere tempo a Gualtieri e alla coalizione di centrosinistra.

Gli handicap che Gualtieri si porta appresso sono diversi. Alcuni, per così dire, storici.

Lui è stato espressione di un accordo fra soggetti politici e associativi, una ventina, che sulla base di una “Carta d’intenti” (Cd’i), una sorta di programma a grandi linee, hanno costituito la coalizione di centrosinistra. Una volta fatte le primarie e scelto il candidato, correttezza politica avrebbe voluto che il programma più dettagliato fosse elaborato dalla coalizione di centrosinistra. Ma, come succede ormai da diversi lustri anche nel centrosinistra, si è subito passati dal “Noi” all’ “Io” del programma del candidato Gualtieri. Un tomo di 138 pagine (circa 90 quelli precedenti di Marino e di Giachetti) pieno di buone intenzioni, ruotanti attorno allo slogan la “città in 15 minuti”. Ma di buone intenzioni, come si sa, e a Roma in passato ne abbiamo avute a iosa, è lastricata la via dell’inferno.

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Il passaggio dalla Cd’i al programma di Gualtieri comunque non è stato senza colpo ferire. Per esempio: nella “Carta d’intenti”, in tema di urbanistica – com’è noto a Roma è storicamente la madre di tutte le battaglie democratiche e oggi ecologiste – c’era scritto che “Revisioneremo il Piano Regolatore generale”, nel programma di Gualtieri questo impegno è sparito. Ci sono, invece, i soliti slogan ecologisti e ambientalisti agitati da un decennio, serviti in passato come foglie di fico per i politici deboli e subalterni agli interessi speculativi fondiari, i famigerati “palazzinari”: consumo di suolo zero, riuso, recupero, rigenerazione urbana ecc. Senza svelare l’arcano se l’azzeramento del consumo di suolo viene subito, nel qual caso bisogna revisionare il Prg, oppure dopo l’edificazione di tutte le cubature previste dal piano (70 milioni di mc). Un dettaglio non da poco.

Altro esempio. Decentramento politico-amministrativo. Nella Carta c’era scritto: “Riteniamo urgente il rafforzamento del decentramento Municipale in preparazione della riforma dell’assetto istituzionale e dei poteri e delle risorse per la Capitale dell’Italia del XXI secolo con la costituzione dei Comuni Metropolitani”.

Nel programma di Gualtieri questa prospettiva strategica è sparita in favore di molteplici impegni di decentrare servizi e poteri ai Municipi attuali “senza la necessità di modifiche normative statali, ma operando sul potere regolamentare proprio del Comune”. Sembrerebbe una linea più realistica e pragmatica, solo che sostanzialmente è stata già fintamente praticata nelle vecchie amministrazioni targate Pd con i risultati che sappiamo.

Si potrebbe continuare anche sulla “cura del ferro”, dove, alla faccia dell’ambientalismo, è obliterata la linea ferroviaria di gronda per il passaggio esterno all’anello ferroviario del traffico merci nord-sud e si ripropone il quadruplicamento urbano della ferrovia tra Ciampino e Casilina dentro al Parco degli Acquedotti-Appia antica.

Su questo metodo e merito, la sinistra, che da Fratoianni a Speranza si è raccolta nella lista “Civica ecologista”, e gli altri soggetti, soprattutto quelli ambientalisti, che firmarono la “Carta d’intenti”, non hanno nulla da dire e ridire?

Capisco che ormai si è in campagna elettorale e l’imperativo è battere la destra neofascista, ma come batterla non è secondario. Tornare sostanzialmente al vecchio andazzo del vecchio centrosinistra, in particolare a quello contrassegnato dal “modello Roma” aggiornato con i soldi del Recovery fund, alla lunga farebbe tornare questa destra più forte che pria.

Il segretario del Pd romano Andrea Casu ha detto recentemente: “A Roma il centrosinistra ha imparato dai suoi errori”. Martedì scorso, su “il manifesto”, Gualtieri dice la stessa cosa riguardo al Pd.

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