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La formazione del nuovo Partito Democratico? E’ come quella dell’acqua

E’ noto che nel fiume di Eraclito non possiamo bagnarci due volte con la stessa acqua, semplicemente perché essa (appunto) scorre.

La stessa osservazione mi ha indotto a riflettere sul dibattito in corso, tormentato da periodici stop and go, per la formazione del Partito Democratico.

Fuori di metafora. Se il mondo che la storia del novecento ci aveva fatto conoscere (ideologie, classi, confini geo-politici, categorie economiche, ecc..) non c’è più, e tutto ormai scorre con la velocità di un bit tanto da mettere in discussione persino la collocazione e la dimensione giuridica e sociale del genere umano nel globo (vedi la dichiarazione dei diritti universali dell’uomo del XVIII secolo), come possiamo ancora illuderci di nuotare in acque stagne delimitate da steccati storici e da paratie di passate ideologie?

Tra parentesi, in questo senso trovo antistorico (dopo la caduta del muro di Berlino del 1989) che ancora continuino a dividersi e ad operare separatamente quei sindacati (come CGIL-CISL-UIL) o quelle imprese cooperative (come la Lega rossa e la Confcooperative bianca) che nacquero appunto in conseguenza di quella fase storica del dopo guerra ma che ora invece non esiste più.

Veniamo però al nostro tema specifico.

Usando sempre la metafora dell’acqua, io vedo il processo della costituzione del partito democratico (che ritengo indispensabile portare a termine) come quello che s’ottiene in chimica nella reazione naturale tra due atomi d’idrogeno (schematizzando: i DS) e uno d’ossigeno (la Margherita).

Quello che s’ottiene è l’acqua, vale a dire un fenomeno nuovo, che, pur partendo dai due elementi H2O (i democratici di sinistra e la margherita), li trascende entrambi realizzando così ad un fenomeno emergente.

E’ ciò che avviene ad esempio nel campo della comunicazione. La comunicazione, infatti, è la risultante di un fenomeno emergente e nuovo che trascende lo scambio di informazioni tra due interlocutori.

Ovviamente, le forze politiche, sociali e culturali che dovranno partecipare a questa storica esperienza non s’esauriscono nelle due principali formazioni promotrici dei DS e della Margherita.

La novità, dunque, non è nella sommatoria delle nomenclature dei due partiti, né in quella degli attuali metodi di gestione interna o in quelli del rapporto con la società (la cosiddetta fusione fredda), bensì in un nuovo modo di concepire il rapporto politica-territorio-società, come (ad esempio) ha già rappresentato l’esperienza esaltante delle primarie per selezionare il personale politico o quella di successo dell’amministrazione delle realtà locali (fusione calda).

In tal senso io credo che il partito Democratico sia in ogni caso già nato nella cultura e nella coscienza di molta parte del Paese progressista (gli ultimi dati elettorali dell’Ulivo lo dimostrano chiaramente).

E’ vero. Sentiamo forte lo stridore dei freni che mordono settori pure importanti dei due schieramenti lungo la strada annunciata.

La ragione delle paure e delle perplessità si chiama perdita della identità. Parola magica che, pur nel rispetto di tutte le posizioni, oggi, a fronte dei cambiamenti epocali, rischia di apparire conservatrice e ansiogena. La vera identità, io credo, è invece quella rappresentata dalla governance (governo dei processi reali di trasformazione), dalla capacità in altri termini di mettere al centro di tutto l’interesse nazionale e quello di un mondo sottoposto ad un continuo metabolismo universale.

Vorrei terminare riferendomi all’attualità.

Pongo ai dubbiosi o ai contrari alla formazione del nuovo partito democratico una domanda: le recenti innovative decisioni governative sulla liberalizzazione di alcune attività produttive, così ben accolte da amplissimi settori della vita politica, sociale ed imprenditoriale, minacciano identità e valori costituiti storicamente o al contrario esaltano un nuovo ruolo di governo e un nuovo modo di rapportarsi ai cittadini e al Paese?

Nicola Capozza

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