La grande musica all’Auditorium di Renzo Piano: il Concerto pianistico del 16 novembre

J. S. Bach, Glenn Gould, Alexander Lonquich e le variazioni Goldberg: l’architettura dei suoni
di Francesco Sirleto - 20 Novembre 2012
  “…L’arte dei suoni però … si muove in un ambito del tutto opposto all’architettura. In entrambe le arti i rapporti quantitativi, e più precisamente i rapporti di misura, costruiscono, si, la base fondamentale, ma il materiale che riceve forma secondo questi rapporti, si contrappone direttamente. L’architettura coglie la massa sensibile nella sua quieta giustapposizione e nella sua forma spaziale esterna, mentre la musica, nelle differenze qualitative della sonorità e nel flusso continuo del movimento temporale, coglie l’anima dei suoni sprigionatisi dalla materia spaziale …” (G. W. F. Hegel, “Estetica”). “La musica nel suo insieme, e specialmente la polifonia … ha avuto origine nelle esecuzioni collettive del culto e della danza; e questo dato di fatto non è mai stato superato, ridotto a semplice “punto di partenza”, con lo sviluppo della musica verso la libertà. L’origine storica resta la sua implicazione semantica, anche se ormai la musica ha rotto da tempo con qualsivoglia esecuzione collettiva” (T. W. Adorno, “Filosofia della musica moderna”). “Tu, musica: acqua alla nostra fontana,/ raggio che cade, tu suono che specchia,/ che ti desti beata al tocco del risveglio,/ tu quiete che il puro afflusso rinnova,/ Tu più di noi…, tu da qualsiasi fine/ liberata …” (R. M. Rilke, “Musica”).   Una serata, quella del 16 novembre 2012, da incorniciare e da ricordare come uno dei momenti più alti dell’ancora breve storia (appena decennale) dell’Auditorium di Renzo Piano. Nella Sala Santa Cecilia del Parco della Musica si è svolto infatti un concerto memorabile, offerto da un unico grandissimo musicista, il pianista tedesco (nativo della renana Trier, in italiano Treviri) Alexander Lonquich il quale, rendendo espressamente omaggio al suo grande predecessore (prematuramente scomparso), il canadese Glenn Gould, ha suonato (dopo una breve introduzione di circa dieci minuti dedicata a Richard Strauss e al suo Sestetto da Capriccio op. 85) uno dei pezzi più celebri, ma anche meno eseguiti, del repertorio bachiano. Meno eseguiti a causa soprattutto della sua difficoltà e della sua durata: un’ora e mezza circa. Mi riferisco alle “Goldberg-Variationen” (n. 988 del BWV “Bach Werke Verzeichnis”, cioè il Catalogo generale delle opere del grande maestro di Eisenach), che rappresentano una delle opere più complesse mai progettate e poste in essere da un compositore, sia pure eccelso come Johann Sebastian Bach.   Un’opera che, da sempre, ha messo a dura prova tutti coloro che hanno provato ad eseguirla in una sala da concerto. Ben pochi, in realtà, vi si sono cimentati: tra questi alcuni grandi clavicembalisti (essendo stata espressamente pensata, dall’autore, per questo strumento oggi scarsamente frequentato) ma, soprattutto, eccellenti pianisti, come recentemente l’ungherese Andras Schiff (al quale si deve un’incisione discografica del 2006) mentre, in tempi ormai lontani, essa fu il cavallo di battaglia di un leggendario originale esecutore la cui carriera, come concertista, terminò ad appena 32 anni: il summenzionato canadese Glenn Gould, forse il più eccentrico e geniale pianista vissuto nel XX secolo. Di lui rimangono, nella discografia, due pregevolissime incisioni dell’opera in parola, la prima risalente al 1956 (Gould era appena ventiquattrenne ma già celeberrimo, in quanto l’anno prima aveva eseguito in pubblico le Variazioni riscotendo un unanime consenso di critica e di pubblico); la seconda vide la luce nel 1981, ventisette anni dopo il ritiro di Gould dalle scene. Tra la prima e la seconda, a detta degli esperti, si nota una fondamentale differenza di tempi di esecuzione, tanto da far scrivere, ad alcuni, di una fantomatica “scoperta della lentezza” da parte di un pianista che, in gioventù, aveva suscitato enorme impressione a causa della estrema rapidità nei tempi di esecuzione delle opere. La performance di Lonquich di venerdì sera, almeno a giudicare dal tempo complessivo e dalle lunghe riflessive pause tra l’una e l’altra variazione, ha trovato maggior fonte d’ispirazione nell’incisione gouldiana del 1956 che non in quella del 1981. Il risultato di questa scelta si è rivelato, a mio avviso, superlativo. Lonquich, che mi aveva già piacevolmente sorpreso con il concerto di martedì 10 gennaio 2012 (in programma Mozart, e precisamente il Concerto in si bemolle maggiore K. 456, per pianoforte ed orchestra, nonché la Sinfonia n. 36 “Linz” in do maggiore K. 425), nel quale aveva ricoperto il duplice ruolo di direttore e solista, ha rivelato, alle prese con questo stupefacente “complesso architettonico”, un grado di maturazione di capacità e di padronanza nell’uso dello strumento che lo rendono ormai uno dei migliori pianisti a livello mondiale.   “Complesso architettonico”, queste Variazioni Goldberg – primo dei grandi cicli canonici composti da Bach nella fase finale della sua carriera – almeno secondo la definizione del musicologo Giovanni D’Alò (curatore del Programma della serata): alla base del complesso vi è un’Aria bipartita “…costruita su un basso fondamentale, le cui note iniziali (Sol-Fa-Mi-Re) ripropongono un modello di gagliarda italiana”; segue successivamente una Sarabanda in Sol maggiore che si estende per 32 battute, simmetricamente divise in due sezioni di 16 battute, ulteriormente suddivise in 8 + 8; “…il numero 32 è anche il principio strutturale unitario dell’intero ciclo: con la riproposizione dell’Aria dopo la Variazione n. 30, infatti, il ciclo risulterà articolato in 32 brani (Aria + 30 variazioni + Aria da capo)”. Ciò che colpisce l’ascoltatore però, al di là della complessa strutturazione “volumetrica” dell’opera, è questo: ognuno dei 32 pezzi possiede, individualmente, un valore e una consistenza e una compiutezza in sé e per sé; tuttavia tale valore e consistenza si moltiplicano ed acquistano nuovo senso e più considerevole se inserite nella totalità organica della quale ciascun pezzo diventa parte integrante e insostituibile: il tutto, così, risulta maggiore della semplice somma delle sue parti.   Le Variazioni Goldberg, come in genere l’intera opera musicale di Bach (in tedesco Bach significa ruscello sebbene, giocando sul nome e mettendolo a confronto con la sua opera musicale, un giorno Beethoven ebbe a dire che non di “ruscello” si doveva parlare, bensì di “oceano”), testimoniano e confermano l’antica intuizione pitagorico-platonica: la musica non è soltanto arte, ma anche scienza; non soltanto ispirazione poetica, ma anche precisione e complessità di calcolo; non soltanto “voce” della natura profonda, ma anche visione intellettuale dell’Ordine razionale del Tutto.

Vorrei suggellare queste brevi note con un pensiero che sono andato a pescare in un vecchissimo manuale di storia della musica (Giulio Confalonieri, Storia della musica, Edizioni Accademia, Milano 1975) dal quale ricavai, in tempi ormai lontani, le mie prime conoscenze relative alle epoche, ai generi, agli autori, che, con un lavorio ininterrotto dispiegatosi lungo il corso di innumerevoli generazioni, hanno edificato l’inesauribile e armonico universo dei suoni: “Con le sue condensazioni armoniche e contrappuntistiche, con quel primo passo verso il sinfonismo che emerge dai Concerti al di sopra del voluto ossequio per la bipartizione sonora di Corelli e Vivaldi: con la nuova cantabilità immessa nelle melodie istrumentali, con la ricerca delle intensità espressive, tanto acuta da diventare persino dolorosa e, in codesto dolore, identificare una somma letizia; con il suo esempio della costruzione architettonica, nuovo anelito ad eternare quasi plasticamente le immagini, Bach ha posto condizioni irrefutabili nei confronti di tutta la musica futura …”. 


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  1. Articolo fascinoso e dotto ma,da mozartiana doc,non amo Gould,pessimo interprete del Salisburghese. Trovo invece stupendo tutto il Bach,eseguito al piano,da Ramin Bahrami.

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