

Secondo i dati della ricerca annuale condotta dall’università Jiao Tong
Sì, stavolta c’è “La Sapienza”. La commissione dell’università Jiao Tong di Shangai anche quest’anno, alla fine di agosto, ha redatto la classifica sulle migliori università del mondo, come al solito con un occhio di riguardo alle facoltà tecnico-scientifiche. Veramente speravamo in qualcosa di più, ma far parte delle prime cento università del mondo è, comunque, risultato di assoluto prestigio. Specialmente quando gli “indicatori” della ricerca non rientrano tra quelli normalmente usati per stilare graduatorie nazionali (da noi fanno guadagnare asterischi l’aspetto logistico e l’efficienza delle strutture, che pure sono cose importanti).
Come si è regolata l’università di Shangai per compilare la sua classifica? Semplice. Assumendo a criteri base due “indicatori”: la qualità dell’insegnamento fornito e la qualità e produttività del corpo docente (e dei ricercatori). La prima è stata misurata sul numero dei riconoscimenti ottenuti dagli ex studenti, la seconda in base al numero delle citazioni, degli articoli pubblicati su riviste scientifiche, all’eventuale conferimento di Nobel o Fields Medal per la matematica (considerato quasi un Nobel dagli addetti ai lavori).
Dopo l’ateneo romano si classificano l’università di Milano, Pisa, Firenze, Padova, Torino. Fanalino di coda, per gli atenei italiani, Bologna: l’università fondata da Irnerio nel secolo XI, cui il primato della più antica università del mondo non glielo toglie nessuno, occupa la centesima posizione a livello europeo. Harvard (Usa) si conferma prima università del mondo, seguita da Cambridge (Gran Bretagna) e dalla Standford University (Usa). In Europa il miglior ateneo è risultato lo Swiss Fed Institute of Technology di Zurigo. A ruota la gloriosa università di Utrecht (fondata durante la guerra dei trent’anni) e quella parigina di Pierre et Marie Curie (Parigi VI). Oltre il cinquantesimo posto si collocano invece le università di Monaco e di Heidelberg, la più antica università tedesca (secolo XIV).
L’indagine condotta dalla pur autorevole università cinese ci appare tuttavia “monca”. Siamo infatti dell’avviso che, fermi restando i criteri adottati, un’analisi più globale che non privilegiasse il mondo accademico tecnico-scientifico a scapito delle facoltà umanistiche, avrebbe dato un esito diverso. Soprattutto ne avrebbero beneficiato gli atenei italiani.
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