

Al Teatro Ambra Jovinelli terza settimana di successi con le sue favole vere. Il 25 marzo "La pecora nera"
Ascanio Celestini è ormai di diritto considerato l’affabulatore per eccellenza, ovvero colui che rappresenta i fatti in forma di favola, di azione scenica. E questa volta il contenitore per le sue storie è il Teatro Ambra Jovinelli di via Guglielmo Pepe, a Roma, tra piazza Vittorio Emanuele II e la stazione Termini.
Il teatro, che “ha un solo editore di riferimento: il pubblico”, come dice Serena Dandini, direttore artistico dell’Ambra dal 2001, ha messo in cartellone per quasi un mese, dal 6 marzo al 1 aprile, una rassegna antologica di cinque spettacoli dell’artista romano.
Si è iniziato con “Fabbrica” (6-11 marzo), una storia di tre generazioni di operai; poi “Scemo di guerra” (13-18 marzo), il racconto del 4 giugno 1944, giorno della Liberazione; “La pecora nera” (20-25 marzo), un racconto forte sull’istituzione manicomiale; e per finire “Appunti per un film sulla lotta di classe”, in programma dal 27 marzo al 1 aprile, che racconta il mondo del precariato e dei call center. La rassegna è completata da un altro spettacolo scritto da Celestini, “Le nozze di Antigone”, in scena al Piccolo Jovinelli dall’8 al 25 marzo, interpretato da Veronica Cruciani.
Dopo i primi due lavori, nella terza settimana è continuato il successo dell’incantatore con “La pecora nera: elogio funebre del manicomio elettrico”. È il frutto di circa tre anni di ricerca. Una raccolta scrupolosa delle memorie di chi ha conosciuto il manicomio; ci sono testimonianze, tutte documentate con audio e video, soprattutto di infermieri, ma anche di medici, di pazienti e del matto Nicola, nato nei “favolosi” anni 60.
Questi primi incontri con i testimoni della vita manicomiale, Celestini li ha fatti a Perugia. E non è un caso. Prima di tutto perché con l’attore ha anche collaborato il Teatro Stabile dell’Umbria; e poi perché fu proprio il territorio di Perugia a vivere la stagione rivoluzionaria della Riforma della Psichiatria, che sfociò nella legge numero 180 del 1978. Tale legge prevedeva la chiusura dei manicomi e l’assistenza psichiatrica sul territorio, e fu chiamata Legge Basaglia in onore dello psichiatra di Gorizia, Franco Basaglia, che introdusse nuovi metodi di cura per le malattie mentali.
Nel fantastico racconto che è andato avanti, senza soste, per un’ora e quaranta, non è mancato, purtroppo, il solito trillo del telefonino dello smemorato spettatore di turno: «Chi era? No perché se è per me, che chiami più tardi. Abbiamo ancora una mezz’oretta buona», ha replicato Celestini, un po’ scocciato.
Ma non sono mancati neanche i pungenti riferimenti alla vita di oggi come, per esempio, il racconto dell’estremo saluto a Papa Giovanni Paolo II da parte della suora del manicomio:
«Giunta davanti alla salma del Papa polacco, la suora fa una ‘puzza’ e il Papa resuscita. Miracolo! Arrivano i giornalisti importanti: la CNN e Bruno Vespa. No, solo la CNN. Vespa è importante, ma non è giornalista. “Santità, com’è l’aldilà? Esiste il Paradiso?”, chiedono i giornalisti. “Non esiste Paradiso, Inferno e neppure Dio”, rivela il pontefice resuscitato. “Non è possibile. E Budda?”, domandano con stupore. “Se non c’è Dio, possono esistere le sottomarche?”, prosegue Giovanni Paolo II. “Ma noi è una vita che lo diciamo”, afferma, per niente stupito, un giornalista della Pravda. Lo scenario cambia radicalmente. Non ci sono più religioni. I cardinali diventano precari, lottatori di sumo o buttafuori. Le chiese si trasformano in parcheggi multipiani e a Roma si risolve il problema del traffico».
Il punto più toccante, però, si è avuto quando c’è stato l’audio della testimonianza di un paziente che ha subito l’elettrochoc: «Mi hanno bagnato le tempie con dei tamponi, credo, di acqua e sale. La suora ha messo i due elettrodi sulle mie tempie. Il medico le ha chiesto: “Pronto?”; e lei ha risposto: “Pronto”. Poi ho perso conoscenza, non ho sentito più niente».
Come sostiene Giovambattista Vico, con i suoi ricorsi storici, il passato può sempre ritornare. E Ascanio tiene viva la fiamma del ricordo proprio per impedire che un brutto passato si riaffermi in un nostro futuro.
Ogni volta che seguo questo affabulatore mi viene in mente Giulietta Masina la quale, parlando di suo marito Federico Fellini, diceva con orgoglio: «Federico quando fa un film dipinge. Lui è un pittore che dà corpo al suo quadro».
Nei suoi racconti anche Ascanio Celestini dipinge; e i suoi quadri sono le nostre memorie che non si cancelleranno più.
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