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Caro presidente Medici,
le giornate convulse e laceranti che viviamo segnalano tante evidenze e suggeriscono tante riflessioni.
Su di una in particolare, che denominerò “il conflitto fra le parole e le cose”, voglio richiamare la sua attenzione.
Le cose chiedono di essere capite, le parole, come strumento primo dell’intelligenza dell’uomo, devono piegarsi all’esercizio paziente e laborioso dell’adeguamento alla realtà: una realtà in perenne cambiamento, dunque, imprevedibile e sfuggente.
Il fine ultimo delle parole è un agire.
Le sue parole, le sue comunicazioni, le sue analisi, le sue dichiarazioni, a mio avviso, non trovano niente alla loro destinazione. O peggio, trovano altro.
L’ingranaggio che dalla parola porta alla realtà e alla operatività risulta inceppato e/o deviato.
La sua parola è orfana mentre dovrebbe essere utile a identificare questioni, spesso brucianti, che rimangono mute o balbettanti.
E’ evidente e tangibile il collasso tra la parola e la cosa che nomina. E chi si appoggia e si compiace, a volte in modo intollerabile, del nirvana delle apparenze dove le parole non vivono più il tormento di trovare le cose, si consegna, che lo voglia o no, ai disegni occulti del potere a cui, in nome dekk’interesse del bene collettivo, dovremmo mettere le redini”.
Francesco Gori
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