“Lezioni di persiano”, un bel film di Vadim Perelman

Come salvarsi dalla Shoah inventando e memorizzando una lingua inesistente
Francesco Sirleto - 20 Gennaio 2022
“…Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente: ma non abbiamo tempo di scegliere, quest’ora già non è più un’ora. Se Jean è intelligente capirà. Capirà: oggi mi sento da tanto. … Chi è Dante. Che cosa è la Commedia. Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia. Come è distribuito l’Inferno, cosa è il contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice è la Teologia.” (Primo Levi, da Se questo è un uomo, dal cap. Il Canto di Ulisse).

 

Chissà perché, nell’assistere ieri sera, nel cinema Caravaggio, alla prima proiezione in una sala cinematografica del film Lezioni di persiano (uscito nel 2020 ma, a causa della pandemia, non ancora proiettato in una normale sala cinematografica) mi è tornato in mente un capitolo (appunto Il Canto di Ulisse) del celebre libro di Primo Levi; di questo capitolo è protagonista Jean, detto Pikolo, un diciassettenne alsaziano che, grazie alla sua astuzia, alla sua conoscenza delle lingue, e alle sue capacità inventive, riesce a sopravvivere alla durissima disciplina del lager Auschwitz 3 (Monowitz), a procurarsi da mangiare, non solo per sé ma anche per i suoi amici del Kommando chimico (tra questi anche Levi), a conquistare la fiducia del Kapo Alex (un criminale, ma ariano, “un bestione violento e infido, corazzato di solida e compatta ignoranza e stupidità”), al quale Jean presta la sua assistenza come solerte compilatore del registro quotidiano delle prestazioni, un’operazione evidentemente molto difficile per Alex. E’ chiaro che, nell’osservare il modo di comportarsi di Gilles (protagonista del film), ebreo francese che si finge persiano per sfuggire all’eliminazione, e (per uno di quei casi del tutto eccezionali del destino) creduto tale dal comandante del campo di smistamento (ma anche di lavoro forzato) in cui è rinchiuso, e pertanto da questi miracolosamente salvato e posto al suo diretto servizio, è scattata la scintilla mnemonica che ha posto in collegamento le due storie. Ma perché il fingersi persiano ha permesso a Gilles di salvarsi? Il motivo è abbastanza sorprendente: il comandante del campo, Klaus Koch (anch’egli, come il Kapò Alex del capitolo di Levi, un bestione violento e infido, ma dotato di un certo fiuto nel comprendere che la guerra finirà con la sconfitta della Germania nazista) ha un fratello in Iran ed ha perciò intenzione di raggiungerlo a Teheran una volta finita la guerra, e di aprire in quella lontana città un ristorante. Ha pertanto bisogno di qualcuno che gli insegni almeno i rudimenti di una lingua a lui del tutto ignota: il farsi, la lingua parlata dalla maggioranza degli iraniani. Ma neanche Gilles conosce questa lingua e, di conseguenza, non gli resta che “inventarsela”, utilizzando un metodo che sia il più semplice possibile (ad esempio prendendo a prestito la metà dei nomi propri dall’elenco dei reclusi); perché, come dichiara lo stesso Gilles ad un suo compagno di prigionia, se può essere facile inventarsi le parole di una lingua sconosciuta, il difficile è memorizzarle. Ecco quindi come entra in campo la necessità della memoria, e il suo altissimo valore e significato, non soltanto per salvare la vita durante la prigionia, ma anche per ricordare, dopo, ciò che “è stato” e per tramandarlo a chi non ha saputo o voluto sapere. Per usare (o ab-usare) le parole dello stesso Primo Levi: “Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore stando in casa andando per via, coricandovi alzandovi; ripetetele ai vostri figli”.

La storia di Gilles, che il regista ebreo ucraino Vadim Perelman – nato a Kiev nel 1963 e immigrato negli Stati Uniti già prima del crollo dell’URSS, con all’attivo alcuni bei film quali La casa di sabbia e nebbia (2003), Davanti agli occhi (2008), Timeless (2013) – ha tratto da una vicenda realmente accaduta nella Francia occupata dai nazisti, unisce in una sola persona i due essenziali elementi salvifici, indispensabili per un prigioniero (Haeftlinge) in un lager nazista destinato all’eliminazione fisica: la capacità di inventarsi una competenza (in questo caso la conoscenza di una lingua sconosciuta) e la necessità di ricordare tutto ciò che può essere utile alla sopravvivenza. Questa storia, così come le molte altre storie narrate da Levi e da altri testimoni della Shoah, acquista anche un altissimo valore simbolico: in una situazione nella quale il potere imperante e dominante mira alla spersonalizzazione dei dominati-reclusi, partendo addirittura dalla cancellazione del nome dei prigionieri (sostituito da un numero “marchiato” sul braccio) e da un’opera progressiva di disumanizzazione destinata alla trasformazione di persone in “Stuecke” (pezzi), la capacità di resistenza e di mantenersi uomini è data soltanto dal ricordo, dalla memoria dei nomi e dei loro significati, dalla capacità di combinare questi nomi in proposizioni e in discorsi, in altre parole in quel codice complesso chiamato “lingua”, quel codice che ci permette di conoscere la realtà propria e delle cose che ci circondano e, infine, se i codici “lingua” sono molti, dallo sforzo di impararli e di usarli tutti.

In conclusione un film, Lezioni di persiano, molto bello e convincente, sia per i suoi aspetti squisitamente artistici (regia, recitazione, ambientazione, fotografia, accompagnamento musicale, ecc.), sia, a maggior ragione, per i suoi universali significati etici.

Un’ultima doverosa annotazione: un caloroso plauso per le prestazioni interpretative tanto di Nahul Perez Biscayart (Gilles, il prigioniero “persiano”), quanto del suo antagonista Lars Eidinger (il comandante nazista Klaus Koch), entrambi bravissimi.


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