

Un lavoro di più di 450 pagine fitte di dati e grafici più che presenta molte interessanti novità e qualche carenza
Più di 450 pagine fitte di dati e grafici più che esaurienti, un lavoro poderoso e curato che, oltre agli esperti del Ministero, ha visto la collaborazione di importanti studiosi delle Università e degli istituti di ricerca; tuttavia non un mero contenitore di dati quantitativi ma una relazione approfondita nei contenuti, che presenta molte interessanti novità e qualche carenza.
La Ricerca
La prima novità importante è l’analisi sul lungo periodo; il rapporto si apre infatti con lo studio del ciclo storico dal 1968 al 2006, una modalità ritenuta idonea per valutare se le variazioni registrate indicano o meno un diverso trend e per interpretarle correttamente, tenendo conto delle varianti demografiche e delle diverse fonti statistiche. Un approccio che si rivela fondamentale anche per tentare di capire quali saranno i probabili sviluppi tendenziali futuri e per verificare l’efficacia degli strumenti di contenimento e repressione.
Il secondo elemento rilevante è che, oltre ai dati sui reati denunciati, vengono presentate stime su quelli non denunciati. Il rapporto, ha detto Amato, “misura il nostro PIL includendoci il sommerso”; le indagini ISTAT sulla vittimizzazione, il trattamento dei dati informali, le indagini sul campo, hanno infatti fornito un quadro di riferimento decisamente attendibile inerente le violazioni che accadono ma che non essendo denunciate sfuggono alle statistiche classiche. Ciò aiuta a comprendere più profondamente il quadro reale e l’intreccio tra criminalità, sicurezza, percezione.
Non sono sfuggite, infatti, le implicazioni riguardanti la percezione della Sicurezza da parte dei cittadini: «L’andamento degli omicidi dall’inizio del ’90 ad oggi non fa che essere calante», ha osservato Amato, ma questo dato viene cancellato dall’impatto emotivo che hanno sull’opinione pubblica alcuni episodi criminosi. Il rapporto distingue però, giustamente, due tipi di sensazioni di insicurezza, indicanti due fenomeni che, da tempo, nella letteratura scientifica, vengono tenuti distinti: il primo è la preoccupazione, di ordine sociale, politico o anche morale per la criminalità, influenzato soggettivamente dal grado di partecipazione politica, dall’adesione ad una determinata visione del mondo, dai valori che la comunità dovrebbe perseguire e che lo Stato dovrebbe incoraggiare; il secondo è la paura della vittimizzazione, il timore che gli individui hanno di poter subire un reato. La prima risulta più diffusa tra gli strati medio-alti della popolazione, tra gli individui che hanno posizioni politiche conservatrici e cresce nei periodi di rapido cambiamento sociale e politico; la seconda in genere, invece, più diffusa tra gli strati medio-bassi della società ed è legata ai livelli di criminalità o devianza del quartiere in cui si vive.
È importante sottolineare la parte del rapporto che evidenzia quanto: «In Italia da almeno quattordici anni, tale paura appare stabile, se non addirittura in lieve declino. Dal 1993 l’Istat ha infatti chiesto a un campione rappresentativo di famiglie italiane se considerasse a rischio di criminalità la zona in cui vivevano. Nel 2005 meno del 30% dichiara di considerarla molto o abbastanza a rischio, e la quota corrispondente nel 1993 era di poco superiore al 30%. I dati mostrano però che tale paura varia a seconda della zona del Paese, ed è più elevata al Sud che al Nord e al Nord che al Centro. Ma le differenze territoriali riguardano anche le tendenze nel tempo. Infatti in almeno un gruppo di regioni, quelle del Nord-Centro, la quota di cittadini che considera molto o abbastanza a rischio di criminalità la zona in cui vivono è, invece, fortemente cresciuta. Nel 1993 i cittadini di queste regioni si sentivano assai più sicuri dei residenti di altre regioni. Oggi queste differenze sono scomparse e i cittadini di queste zone si sentono solo un po’ meno insicuri di quelli del Nord-Ovest, ma un po’ di più di quelli del Centro Italia».
Infine grande attenzione è stata data nel valutare i dati con grande rigore scientifico, un concetto su cui il ministro dell’Interno è tornato più volte nel corso della conferenza stampa di presentazione, soprattutto riguardo al delicato tema immigrazione-criminalità. Amato ha quindi ribadito che «abbiamo assoluto bisogno di non fare un uso emotivo dei dati che porti all’identificare lo straniero con il criminale». A un 5% di immigrati regolari in Italia è ascrivibile, infatti, un tasso del 5% di criminalità, con un rapporto tra le percentuali pari a quello rilevabile per i reati commessi da cittadini italiani.
La criminalità si concentra, dunque, per quanto riguarda gli immigrati, nel mondo degli irregolari, sia per i reati in violazione della normativa sull’immigrazione, che per i reati predatori, particolarmente frequenti nel Nord Est italiano, in ragione della concentrazione di ricchezza e della presenza di flussi migratori clandestini “giornalieri” dall’Est dell’Europa. Nel Nord d’Italia è, infatti, in crescita la percezione di una scarsa sicurezza, dovuta proprio a questo tipo di crimini, ed è maggiore il rischio che si diffonda l’equazione ‘straniero uguale criminale’.
I Contenuti
Dopo aver passato in rassegna furti, rapine e omicidi volontari, sia nelle loro caratteristiche che nella loro distribuzione sul territorio e nel tempo, il rapporto ha dedicato un intero capitolo alla violenza sulle donne: “Sono assolutamente sconvolto dal capitolo della violenza sulle donne, non solo sessuale”, ha proseguito il Ministro a proposito dell’aumento dei reati commessi nei confronti delle sole donne, come lesioni e maltrattamenti, il 62% dei quali commessi dal partner. Un dato che si collega a quello più generale inerente l’impressionante aumento dei reati “familiari” che, a fronte della significativa riduzione degli omicidi volontari e di quelli ad opera della criminalità organizzata, risultano in forte ascesa.
Di seguito il rapporto ha confrontato i dati nazionali con quelli disponibili inerenti altri Paesi occidentali, più o meno simili tanto per caratteristiche socio-demografiche quanto per indicatori socio-economici, questo aiuta a capire se l’Italia sia caratterizzata da elementi atipici oppure se segua un trend più generalizzato che accomuna i Paesi industrializzati. Una comparazione utilissima perché evidenzia alcune differenze: “ad esempio l’Italia detiene il record delle rapine in banca, mentre è in linea con altre realtà nazionali per quanto riguarda i furti di auto e furti in appartamento.” In tal senso il confronto si rivela utile sia per lo scambio di buone pratiche che per la verifica delle emergenze reali in atto. Nel complesso, anche se con alcune differenze, dal confronto emerge un quadro molto simile o comunque nella media, degli altri paesi europei; un quadro decisamente confortante che presenta però una dimensione specifica che il rapporto non poteva non evidenziare.
Ciò che distingue, infatti, il nostro paese dal resto d’Europa è la presenza di una criminalità organizzata nazionale, storicamente attestata sul territorio. Il rapporto evidenzia la mutata strategia delle grandi organizzazioni criminali, oggi tendente a reinvestire i proventi dell’attività criminosa, in particolare del traffico d’armi e di droga, in attività lecite distribuite su tutto il territorio nazionale, con particolare riguardo alle infiltrazioni nella finanza e nella pubblica amministrazione. La stessa attività illecita, del resto, risponde al criterio di sollevare il minor allarme sociale; di qui il grande affare della criminalità odierna che si realizza nelle ecomafie del trattamento clandestino del ciclo dei rifiuti e nel rinnovato interesse per gli appalti. Anche nei confronti delle mafie emergenti di altri paesi, in particolare dell’est europeo, appare evidente come la criminalità organizzata italiana, lasci a queste il lavoro più sporco “appaltando” pezzi di territorio o attività, come il traffico di clandestini, e rimanendo sostanzialmente al di fuori dell’attenzione dell’opinione pubblica. Lo stesso atteggiamento si ha sul traffico di stupefacenti: dal rapporto emerge che il consumo di droga è in netto aumento, così come aumentano i quantitativi sequestrati, nei quali cresce la prevalenza della cocaina sull’eroina vale a dire del “prodotto” che, sia per percezione comune che per il livello sociale dei consumatori, desta meno allarme sociale. In ogni caso è chiaro il richiamo a mantenere alto il livello di attenzione e di contrasto nei confronti di Camorra, Mafia e ‘Ndrangheta, nonché della criminalità pugliese.
A completare il quadro, oltre a eversione, terrorismo, ordine pubblico e azione di contrasto, sono molto interessanti i dati sull’immigrazione, in particolare clandestina, e la criminalità che emergono dal rapporto: tre sono le nazionalità – rumena, albanese e marocchina – maggiormente responsabili di “fenomeni di criminalità vera”, ciò evidenzia delle specificità che mettono in guardia da facili generalizzazioni nei confronti dell’insieme degli immigrati e allo stesso tempo richiamano ad una azione specifica e concordata con i governi di tali paesi.
Conclusioni
A una prima lettura due sono i punti di criticità del rapporto: l’assenza di una trattazione sui reati finanziari se non nella loro versione mafiosa e l’assenza di strategie integrate di sicurezza.
Sul primo punto: se da un lato è chiaro che per specificità di competenze il Ministero dell’Interno deve necessariamente lasciare spazio a quello delle finanze per quanto riguarda i reati economici, dall’altro è altrettanto evidente che sul piano della sicurezza hanno non poca influenza i crack e le speculazioni finanziarie come il caso Parmalat, i fondi neri, i falsi in bilancio ancorché depenalizzati, le truffe. Una serie di reati o di illeciti che contribuiscono non poco alla sfiducia nelle istituzioni e nella politica; in tal senso sarebbe auspicabile che si producesse un documento specifico da parte delle autorità competenti.
Per ciò che riguarda la seconda criticità, al rapporto non sfugge l’importanza dei fenomeni di degrado sociale e di inciviltà che, seppure non ascrivibili all’universo della criminalità o dei reati, hanno un ruolo fondamentale sia sul senso diffuso di insicurezza che sulla creazione di substrati criminali e di territori a rischio. Anche se al capitolo delle strategie si mettono in evidenza i patti per la sicurezza stipulati con le città italiane e alcuni pani specifici territoriali, manca la percezione chiara che solo in un rapporto stretto di strategie integrate, concomitanti e concorrenti fra territori e stato centrale sia possibile attuare in maniera virtuosa un processo di costruzione di sicurezza in grado di togliere terreno alla criminalità.
In ogni caso si tratta di due criticità che non intaccano il valore complessivo del rapporto sul piano scientifico e su quello dell’analisi complessiva dello stato del Paese in materia di criminalità e sicurezza. In particolare colpisce il richiamo alla concretezza dei dati e dell’analisi dei fatti in una epoca nella quale gli umori politici e le contingenze prendono il sopravvento determinando risposte sul piano politico spesso inefficaci quando non inutili.
La speranza è che si tratti di una inversione di tendenza e di un richiamo alla concretezza soprattutto nei confronti di una opposizione becera che fa dell’allarme sociale un irresponsabile strumento di lotta politica.
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