

"non è un fenomeno nuovo, le sue origini vanno ricercate indietro nel tempo..."
Fino a non troppo tempo fa, il termine mobbing era pressoché sconosciuto al panorama giuridico italiano. Tuttavia, adesso che il fenomeno si sta espandendo anche in Italia, attirando l’attenzione, sempre maggiore di stampa e pubblicità, la parola mobbing entra ogni giorno di più nell’uso comune. E’ evidente che il fenomeno non nasce in questi ultimi anni, infatti, alcuni antropologi e sociologi affermano che esiste da sempre. Ed allora perché se ne parla solo oggi, perché si manifesta il fenomeno solo in questi ultimi anni? E’ molto semplice: perché si hanno gli strumenti, dei criteri e delle unità di misura più sensibili. Quello che è mutato è dunque la sensibilità, oltre alla diffusione di strumenti di tutela delle personalità e della salute dei singoli: tutto ciò ha portato inevitabilmente ad un crescente rilievo del fenomeno che era tra noi ma di cui non avevamo la consapevolezza.
E’ evidente che una volta visibile il fenomeno e diffondendosi la consapevolezza, il mondo giuridico ed economico dovranno inevitabilmente confrontarsi e fare i conti con lo stesso.
L’origine etimologica della parola “mobbing” deriva dall’inglese “to mob” utilizzato nello studio del comportamento degli animali e dall’etologia mutuato proprio per definire un’aggressione impetuosa diretta a colpire, isolare, penalizzare un unico individuo.
Col termine mobbing si indicano quelle forme di persecuzione psicologica alle quali, più spesso di quanto si creda, può essere sottoposto un lavoratore attraverso sistematici e ripetuti soprusi e discriminazioni da parte di datori di lavoro, superiori e colleghi, con la tolleranza dell’azienda dove lavora. In particolare il mobbing si realizza con una sorta di ‘terrorismo psicologico’ che implica un atteggiamento ‘ostile e non etico’ posto in essere in forma sistematica da uno o più soggetti, di solito nei confronti di un unico individuo che, a causa di tale ‘persecuzione’, si viene a trovare in una condizione indifesa e diventa oggetto di continue attività dispotiche e persecutorie, che ricorrono con una frequenza sistematica e nell’arco di un periodo non breve, determinando ‘considerevoli sofferenze mentali, psicosomatiche e sociali’. Qui, infatti non ci riferiamo a quelle situazioni di conflitto solo ‘temporaneo’ ma a particolari situazioni che, con il protrarsi nel tempo, determinano un’insostenibile condizione psicologica che può portare ad un crollo dell’equilibrio psicofisico del soggetto ‘mobbizzato’, con la comparsa di vere e proprie patologie.
Il mobbing, quale situazione di profondo malessere, ha perciò alla sua base un conflitto non risolto tra la vittima (il mobbizzato o one-down) e l’aggressore (il mobber o one-up). I modi in cui il secondo tenta di distruggere il primo possono essere svariati: si va dalla semplice emarginazione alla diffusione di maldicenze, alle critiche, all’assegnazione di compiti inferiori e dequalificanti, alla compromissione dell’immagine sociale verso terzi, al sabotaggio del lavoro, alle telefonate mute, agli scherzi pesanti, alle accuse di pazzia di fronte a tentativi di difesa.
Secondo Leymann, “un lavoratore è sicuramente vittima di mobbing quando si verificano alcune di queste condizioni: all’improvviso gli spariscono o si rompono (senza che vengano sostituiti) strumenti di lavoro come telefoni, computer e lampadine; i litigi o i dissidi con i colleghi sono sempre più frequenti; gli viene messo vicino un accanito fumatore pur sapendo che detesta il fumo; quando entra in una stanza la conversazione generale si interrompe bruscamente; viene escluso da notizie e da riunioni utili per lo svolgimento del suo lavoro; apprende che girano pettegolezzi infondati sul suo conto; gli vengono affidati da un giorno all’altro incarichi inferiori alla sua qualifica o estranei alle sue competenze; viene sorvegliato ogni giorno di più nei minimi dettagli (come gli orari di entrata e di uscita, le telefonate, il tempo passato alla macchinetta del caffè); riceve rimproveri per piccolezze; le sue richieste sia verbali che scritte non ottengono alcuna risposta; i superiori o i colleghi lo provocano per indurlo a reagire in modo incontrollato; risulta escluso da feste aziendali o da altre attività sociali; viene preso in giro per l’aspetto fisico o l’abbigliamento; tutte le sue proposte sono rifiutate senza valide motivazioni; è retribuito meno di altri colleghi che hanno incarichi di importanza minore; e così via”.
Concludendo, l’esposizione sin qui condotta ci permette di affermare quanto segue: il mobbing non è un fenomeno nuovo, le sue origini vanno ricercate indietro nel tempo, essendo probabilmente radicate nella nascita dei rapporti di lavoro stessi.
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