

A cura dell'associazione Psicologia in Movimento
Nell’epoca della nessuna rinuncia e del possedere per essere, è facile pensare come un uomo ricerchi l’invidia piuttosto che il rispetto e l’ammirazione piuttosto che la stima. Ma d’altro canto noi filoamericani che siamo cresciuti con solitari eroi western ed eroine da tratti individualisti ed edonisti, cos’altro potevamo attenderci se non la rincorsa al risultato, laddove è il successo che fa di una persona un uomo o una donna? Allora è simpatico vedere come si impari ad ascoltare, a comunicare e a stare in gruppo, perché ci hanno insegnato che sono strategie vincenti, strategie che perseguono il risultato. Nulla di nuovo nel dire che la nostra società è impregnata di modelli narcisistici: del resto la stessa particella di sodio, sola nella sua bottiglia d’acqua, ha riscosso successo, ilarità e approvazione tra il vasto pubblico, che solo “ascolta”, “comunica” e “interagisce” con la TV privata o di stato. A un livello c’è allora una persona che vuole raggiungere un obiettivo (attenzione, poiché non tutti ci riescono, ma questo è un altro discorso) e a un altro livello, quello un po’ più profondo (ma senza andare troppo lontano), c’è la stessa persona che vuole realizzarsi, vuole essere appagata nei suoi bisogni corporei, vuole un contatto sincero e non strategico con l’altro, insomma vuole il processo e non il risultato. Bene. Diciamo che possiamo e abbiamo tutto il diritto di continuare a mettere a tacere questa parte più interna, fino a render muto il vero sé. Normalmente accade che è difficile imbrigliarlo nel silenzio assoluto, tanto che, con suoni gutturali, si esprimerà in modo perverso e rabbioso. E così, come Dorian Gray, possiamo trascorrere il resto della vita, in mancanza di sentimenti, alla ricerca di sensazioni. Oppure possiamo e abbiamo il diritto di vivere una vita più autentica in cui sia possibile una consapevolezza e un’espressione di ciò che si prova, si immagina e si pensa. Al di là dello scoop e dell’apparire, esiste quella dimensione spazio-temporale individuale dell’auto-creazione. Tale riflessione, quanto meno, costringe a guardarci dentro, ad abbattere falsi miti e soprattutto a vivere il momento presente. Vivere l’”ora”, ci permette di non proiettarci verso un “dopo” o verso un obiettivo che non tiene conto della nostra più squisita autenticità, fatta di scelta consapevole, poiché sentita, pensata e agita, che è necessariamente legata a un preciso momento e a un preciso contesto. E’ chiaro, allora, come non mi riferisca a quel presente avulso da un contesto temporale e spaziale, tipico degli agiti impulsivi, ma a quel presente con la “P” maiuscola che contiene, per mezzo delle memorie, il passato ed è influenzato, per mezzo dell’attesa e della speranza, dal futuro. E’ il presente di Heideggeriana memoria, quello che occorrerebbe recuperare in un’epoca in cui, tanto per fare degli esempi, la chirurgia estetica e il consumismo (oggi leggermente attenuati “grazie” alla recessione economica) sono l’espressione di vuoti e inautentici rapporti manipolatori con se stessi e con gli altri.
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