

Le centralità pubbliche di Tor Vergata, Pietralata e Ponte Mammolo possibile fulcro della trasformazione. Invertire la tendenza all’espansione mettendo sotto controllo la rendita speculativa
L’articolo precedente l’avevamo chiuso con una domanda: è possibile immaginare un altro tipo di sviluppo della nostra città che inverta la tendenza secolare all’espansione continua fin qui in atto?
Proviamo a dare una risposta. Una risposta non astratta ma che parta da quello che c’è e cioè dai limiti dell’espansione attuale della città e dal disegno del PRG.
Se non si vuole ancora espandere occorre trasformare ciò che c’è nell’ambito dei 50 mila ettari già urbanizzati del territorio comunale dando luogo a un cambiamento policentrico dell’Urbe che metta fine al consumo di suolo nell’agro romano.
Il cambiamento policentrico era già nelle intenzioni del Piano regolatore del 1965 commisurato su una città di 5 milioni di abitanti. Il polo da creare era il Sistema direzionale orientale (lo SDO) nelle aree di Pietralata e Centocelle-Torrespaccata. Qui dovevano trasferirsi le attività direzionali e ministeriali ancor oggi collocate nel centro storico raggiungendo così un duplice obiettivo: decongestionare il centro cittadino restituendolo alla sua prevalente vocazione archeologico-culturale innervata sul grande Parco archeologico dei Fori e dell’Appia antica (un continuum progettato dai Sindaci Argan e Petroselli di archeologia e ambiente dal Campidoglio ai Castelli romani) e, al tempo stesso, riqualificare la periferia anonima senza funzioni e senza qualità del quadrante est e sud di Roma.
Come si sa quella prospettiva non si è avverata; la città, pur non arrivando ai 5 milioni di abitanti previsti, ha continuato ad espandersi a macchia d’olio sotto la potente spinta della rendita speculativa e nessuna trasformazione policentrica ha avuto luogo. Da una parte il centro storico si è ipertrofizzato ancor più di attività direzionali e di ristorazione turistica che ne hanno fatto una grande mensa a cielo aperto sommergendo piazze e vicoli suggestivi, oscurando chiese e monumenti, espellendo attività artigianali e abitanti; dall’altra le periferie si sono allungate in informi insediamenti intensivi intervallati e seguiti da altrettanto informi villettopoli lungo i fianchi delle antiche vie consolari e medioevali.
Tuttavia, pur partendo dalla miserrima condizione urbanistica di oggi e guardando alla dimensione metropolitana di Roma, quel disegno policentrico andrebbe aggiornato, riformato e riproposto con la stessa finalità di riqualificazione del centro storico e delle periferie del Piano del ’65.
Per far ciò si può partire da una parte delle stesse centralità delineate dal PRG.
La scelta preliminare è quella di cancellare l’illusione che la trasformazione policentrica possa basarsi su 18 centralità. Occorre invece concentrarsi su un quadrante di Roma e dentro di esso sulle centralità che abbiano già una vocazione ben delineata e un’adeguata infrastrutturazione su ferro già operante.
A tal fine appare evidente la preminenza del quadrante orientale e delle sue centralità urbane metropolitane di natura pubblica: Tor Vergata, Pietralata e Ponte Mammolo che con i loro 800 ettari possono costituire il luogo privilegiato dove allocare la trasformazione.
Presentano diversi ed evidenti vantaggi:
a) sono terreni pubblici e quindi non soggetti alla rendita speculativa privata;
b) a Tor Vergata, la più grande delle centralità a pianificazione definita, con i suoi 560 ettari, sono già presenti funzioni altamente qualificanti: l’Università e il campus, il Policlinico, l’Agenzia spaziale, il Centro servizi della Banca d’Italia, la costruenda città dello Sport di Calatrava e infine, a margine, il Cnr. A Pietralata, 187 ettari, anche lei a pianificazione definita, vi era l’ipotesi di allocarvi Ministero dell’Ambiente, parti dell’Università “La Sapienza”, l’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT), l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i servizi Tecnici (APAT), l’Istituto Centrale Ricerca Scientifica Tecnologica applicata al Mare (ICRAM) e uffici della Provincia di Roma. Ponte Mammolo, 60 ettari, è tra le centralità da pianificare;
c) l’insieme di queste centralità stanno dentro il quadrante orientale che è già servito da una consistente maglia di trasporto su ferro: ferrovie FR2-4-6-7-8, metro B-C-A più due potentissimi nodi di scambio come Ponte Mammolo e la nuova Stazione Tiburtina. Basterebbe fare alcuni collegamenti trasversali su ferro (tram veloce su viale Togliatti e corridoio T5 al di là del GRA) per connettere l’insieme delle linee su ferro esistenti producendo un rilevante effetto rete. A patto, ovviamente, che le FR in questione divengano realmente e non solo di nome ferrovie metropolitane per quantità e qualità del servizio erogato.
In questo complessivo polo urbano c’è spazio per trasferire almeno in parte le esorbitanti funzioni direzionali (alcuni ministeri, Banche, Istituti ecc.) che oggi soffocano il centro storico. Lo scambio volumetrico sarebbe a saldo zero anzi meno di zero perché le nuove tecnologie richiederebbero edifici più piccoli di quelli, prevalentemente ottocenteschi, che si liberano mentre potrebbero essere azzerate le cubature delle centralità, soprattutto di quelle private e speculative, non utili al cambiamento policentrico.
In queste centralità pubbliche potrebbero anche essere risolti, e in non piccola parte, i problemi di edilizia economica e popolare realizzando una quota di abitazioni a basso costo per i ceti più disagiati ottenendo così anche un mix urbanistico di funzioni e abitazioni che eviti la desertificazione umana quando gli uffici sono chiusi.
Inoltre l’intero quadrante delle centralità pubbliche sarebbe sostenuto da un sistema ambientale poggiante su grandi Parchi archeologici: Centocelle, Acquedotti, Alessandrino e su parchi minori previsti all’interno delle medesime centralità. Un complesso ambientale e culturale che valorizzerebbe l’intera periferia orientale facendone anche un nuovo polo di attrazione e di attività turistiche. Qualcosa di simile, ma di ben più rilevante, alla Défense di Parigi.
Anche in questo caso ci sarebbe un innalzamento complessivo della rendita urbana. Ma non più dovuto ad un processo speculativo bensì di trasformazione diretto dalla mano pubblica su terreni pubblici. Questa valorizzazione coinvolgerebbe anche le aree e gli edifici pubblici del centro storico liberati dalla direzionalità trasferita nella periferia orientale. Qui la mano pubblica potrebbe con progetti mirati – anche abitativi per ripopolare i vecchi quartieri – incamerare l’implementazione della rendita a vantaggio del Bilancio pubblico.
In fondo perché il Comune non potrebbe fare ciò che fanno i privati? La differenza sarebbe che mentre i primi procedono ad un’appropriazione privata di un valore, la rendita appunto, che viene accresciuto da un’azione pubblica fatta di scelte urbanistiche e di urbanizzazioni, la seconda riporterebbe a vantaggio del pubblico ciò che il pubblico ha valorizzato. La trasformazione porterebbe a valorizzare non a dismettere, svendendoli, i beni pubblici.
Vi sarebbe inoltre un ultimo e non minore vantaggio. Non solo si metterebbe fine al consumo bulimico di suolo, ma si spingerebbe l’insieme dell’imprenditoria edile romana a concentrarsi sul riuso e sulla ristrutturazione del patrimonio edificato; la si spingerebbe a fare il mestiere degli imprenditori e a dismettere i panni ormai consunti, sebbene ancora redditizi, degli speculatori e dei subappaltanti di lavoro nero.
Ai “furbetti del quartierino” dovrebbero e potrebbero succedere normali industriali.
2 – fine (ecco il link del precedente articolo)
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