

Aperto con tanti clamori e aspettative, esso rischia il lento degrado e l’insicurezza per i pochi residenti che lo frequentano
9 settembre 2007 (anche se al dire il vero manca un mese, ma sicuramente…).
Il parco oggi, se non fosse per il profilo delle case circostanti e per il rumore sottofondo del traffico della Casilina, sembra, infatti, una savana (metropolitana) nella stagione secca.
Assolato, desertico, silenzioso, misterioso, insicuro, dove nasce una vegetazione spontanea con alberi e arbusti isolati o in gruppi sparsi, erba per di più ingiallita e rada. Com’è, appunto, lo scenario di una savana africana.
Visitato, per stare in tema, da branchi di cani randagi dei vicini accampamenti di nomadi e da stormi di uccelli vari (cornacchie, corvi, compresa una colonia di gabbiani che di tanto in tanto vanno a beccare un po’ dei resti d’acqua piovana in alcune pozze naturali). Non è inusuale incontrare tra i cespugli carogne d’animali: mancano solo gli avvoltoi.
L’area è spesso frequentata da pochissimi amatori podisti, ciclisti o di costruttori di aereoplanini telecomandati, che rischiano di essere rapinati, com’è realmente avvenuto a qualche anziano isolato.
Bruce Chatwin (morto nel 1989), famoso autore di libri di viaggi a metà tra il romanzo e il resoconto di viaggio a sfondo filosofico, dovrebbe aver immaginato questi luoghi per scrivere il libro: “Che ci faccio qui?”. E’ quello che appunto si chiedono pure gli abitanti del Casilino mettendoci piede dentro.
Il parco tuttora rimane poco accessibile alla città.
Tuttora, infatti, esiste un solo ingresso sulla via Casilina, in quanto esistono ancora lungo la consolare insediamenti commerciali da espropriare che ne impediscono la completa fruizione e il facile accesso.
La Via Casilina peraltro è a quattro corsie ed ha al centro anche una doppia linea tranviaria protetta da barriere. Come attraversarla dal lato di Centocelle?
Ci chiediamo quindi: a che punto è il progetto proposto dalle associazioni del territorio e finanziato dal Comune per la realizzazione di un ponte ciclo pedonale che appunto corra sopra queste barriere infrastrutturali, collegando così il parco con tutta Centocelle?
Restano esclusi dall’accesso anche i quartieri del Quadraro (ci era stata promessa l’apertura di altri 18 ettari da quel versante) e di Torre Spaccata, verso viale P. Togliatti.
Quest’ultimo insediamento abitativo si vede impedito l’accesso dall’ostacolo rappresentato dal confinante campo nomadi (è dal ’93 che si parla della sua delocalizzazione) e dagli sfasciacarrozze lungo la sua estensione laterale.
Il parco, inoltre, è sprovvisto di servizi e di comfort. Non esistono bagni pubblici, né servizi di ristoro, né giochi per bambini (l’unico originario è stato distrutto da vandali), neppure spazi di attrazione culturale, ricreativa e informativa. Si spera che l’approvazione dei recenti finanziamenti comunali per il dissotterramento delle vestigia di ville romane possa incrementare il turismo scolastico e la curiosità dei cittadini per questi siti archeologici. C’erano peraltro state promesse al suo interno alcune provvisorie tenso-strutture per la gestione di attività ludico-culturali, nella attesa dei centri servizi permanenti previsti nel Piano Particolareggiato; ma nulla è stato finora realizzato.
Infine, oggi il parco rischia il degrado e l’insicurezza. Dopo i primi mesi dall’apertura, è da tempo che non si notano più le squadre di vigilanza del corpo dei forestali della Regione Lazio che saltuariamente percorrevano in lungo e largo il parco. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Fontanelle e segnaletica divelte, alberi spezzati e secchi, gioco per bambini distrutto, scorrazzamenti continui di ragazzini in moto, invasione di cani in branco, fumi asfissianti dal campo nomadi vicino. E’ rimasto solo un addetto al taglio dell’erba e all’innaffiamento (parzialissimo) del prato.
Nonostante tutto vogliamo però essere ottimisti. C’è un angolo, nel parco, che ci fa dimenticare la metafora della savana e che al contrario ci allevia l’animo e lo sguardo, per la sua semplice bellezza e dolcezza. E’ quel “duplice filar” dei cipressi lungo un vialetto che ci apre il cuore della speranza nel futuro di questa importante area della capitale che pur è stata strappata alle colate di cemento.
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