

Testimonianza e riflessioni di un lettore
Succede che la mattina del 17 ottobre mi dovessi trovare alle ore 10 presso l’assessorato delle politiche sociali del Comune in via Merulana. La stazione Manzoni della linea A della metropolitana è chiusa da diversi mesi causa lavori, quindi quella più vicina è piazza Vittorio Emanuele.
Mentre ondivago sul treno, arancione ammiccante con schermo che a ripetizione manda gli stessi filmati (ma non si potrebbe utilizzare diversamente?) leggo su La Repubblica un bel servizio a tutta pagina sulla linea A: piccole grandi critiche partono all’indirizzo della società, Me.tro., per una linea, quella A, non proprio impeccabile. Piccole querelle, annose e poco gravose, che alla fine si riolvono nelle famose tre fasi giornalistiche: 1) accusa, 2) difesa, 3) promessa di migliorie del servizio. In questa maniera ortodossa e rodata il giornalista e la società incriminata possono vantare entrambi soddisfazione per il tono inquisitorio dell’articolo e per la conseguente mea culpa addolcita dai buoni propositi degli accusati.
Dicevo di trovarmi sulla linea A, direzione piazza Vittorio. Scendo: solito casino sulla banchina, slalom a tutta velocità tra umani di tutte le specie in attesa del treno. Inizio la salita, piazza Vittorio risulta profonda come una catacomba immersa nelle fondamenta dei grandiosi palazzi costruiti dai piemontesi: finisco la salita, inizio a vedere la luce, mi sento il solito pendolare reduce dalle sottovie urbane. Come ogni giorno.
L’articolo sull’allarmante stato della linea A è già passato di mente, figuriamoci se mostro il fianco ai terrorismi mediatici.
Pochi gradini all’uscita… e sento un rumore sinistro, come una pila di piatti in caduta libera: faccio qualche passo indietro e il rumore proveniente da là sotto si trasforma in voce umana, in urla: la quiete che fino a qualche attimo prima animava il passaggio dei viaggiatori inizia a schizzare da un lato all’altro: risalgono i primi reduci, fortunati a salire con le proprie gambe, qualcuno viene su aiutato, altri leggermente insanguinati: “C’è gente lì sotto!”, urlano disperati.
Qualcuno parla di attentato, altri di incidente, ma nel dramma vince la versione più tragica e allora attentato sia: qualche attimo e la fuliggine sale ai piani superiori, l’odore di bruciato è intenso, il fumo fortunatamente non impedisce di respirare. Veniamo fatti evacuare. La stazione si popola di divise blu, grigie, rosse e celesti: qualche angelo inizia a portare su i superstiti, e le prime squadre di Vigili del fuoco scendono negli inferi. Immaginare cosa ci sia là sotto è un dolore nel dolore. Assisto ai primi ritrovamenti, mi sento stordito dall’andare e venire di tutti. Aiuto una persona anziana a salire le scale e mi allontano dall’ingresso alla stazione. Un operatore del 118 mi chiede se sto bene, effettivamente mi accorgo di avere un leggero strato di fuliggine tra i capelli: mi ricordo allora della fuliggine ben più spessa e maligna di qualche altro attentato, anche se le voci che mi accompagnano verso via Merulana non sono delle più rassicuranti: “3, 5, 7 morti…” e la zona viene immediatamente bloccata al traffico dai Vigili urbani.
Roma in quel momento sembra esplodere: sirene dappertutto, vigili a presidio dei principali incroci, i soliti automobilisti imbufaliti e le voci, quelle sì terroristiche, che parlavano a vanvera di morti e di cause alquanto opinabili. Ecco, Roma stava reagendo alla paura, cercando di non perdere la calma: l’arrivo delle autorità a piazza Vittorio passava quasi inosservato: qualche giacca e cravatta si iniziava a mischiare con i feriti seduti come scolaretti vicino l’ingresso della stazione.
Mi allontano definitivamente, fra il traffico e le macchine impalate per ore sullo stesso posto, nonostante il semaforo faccia il proprio dovere: tutti fermi, meno che la macchina dei soccorsi: tempestiva, gigante nello spirito, grandiosa nei mezzi e nella rapidità.
Tutti insieme ad aiutarsi, a farcela di nuovo, nonostante che non sia un attentato, ma in fin dei conti eravamo preparati anche a quello; e se poi la sorte ci ha voluto “regalare” un incidente invece che un attacco… beh, la credenza popolare in questi casi una consolazione la deve pur trovare…
Il giorno dopo intere pagine dei quotidiani occupate dall’evento: il Corsera, per citarne uno, dedica ben nove pagine all’incidente. Un incidente che è stato descritto dai più con una parola: “terrore”.
Una domanda mentre salto a piè pari le nove pagine del Corsera: “Che sia il terrorismo mediatico, più di quello di Bin Laden, la cosa da cui tenerci alla larga?…”
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