

Le differenze tra Parigi e Roma
Quanto sta accadendo in Francia insieme alle dichiarazioni di Romano Prodi, hanno sollevato una ridda di dichiarazioni nel nostro Paese intorno al tema immigrazione.
L’auspicio è che possa svilupparsi un dibattito serio e approfondito come l’argomento richiede e esca dalle reazioni (a volte troppo stizzite) a dichiarazioni che operano anche evidenti forzature nel paragonare la nostra situazione a quella francese, ma che sicuramente sono degne di riflessione perché pongono l’interrogativo su come costruire un processo di cittadinanza e di integrazione degli immigrati nel nostro Paese. Sapendo che quanto sta accadendo a Parigi e in Francia si verifica generalmente con immigrati di terza e quarta generazione, generazioni ancora scarsamente presenti qui da noi.
La prima domanda, a mio avviso quella fondamentale, che dobbiamo porci è : “Perché immigrati nati e cresciuti nei paesi europei arrivano a tali manifestazioni di violenza e di ribellione?”
La risposta è banalmente semplice. Queste ragazze e questi ragazzi non si sentono cittadini dei paesi in cui vivono e addirittura nel caso dell’Italia non hanno diritto alla cittadinanza seppur nati nel nostro Stato; inoltre non hanno più un forte legame, come i loro nonni o padri, con i Paesi di origine, che anzi spesso neanche conoscono.
In sintesi non hanno un’identità, non sanno chi sono. E’ a questo senso di smarrimento, a questo sentirsi estranei che la politica deve dare una risposta.
E le risposte devono essere più d’una, e tutti i livelli istituzionali, ognuno per la propria parte, devono concorrere a fornirle.
L’idea di fondo che ci deve muovere è la “costruzione della comunità”.
Far sentire parte di una comunità tanti cittadini immigrati, ma anche tanti cittadini italiani, è l’obiettivo che dobbiamo porci, ed è la bussola che ha orientato in questi anni le politiche di Walter Veltroni alla guida del governo della capitale.
Cosa vuol dire “costruire una comunità?”
Significa far sentire i cittadini che abitano in un determinato territorio, in un dato quartiere, non singoli individui soltanto ma soggetti facenti parte di una “famiglia”, vuol dire riconsegnare il territorio alla comunità che lì vi abita, significa ricostruire un legame sociale fatto di relazioni, di scambi; mettere in rete tutte le risorse che un territorio offre, costruire nuove identità nelle quali tutti possano riconoscersi a prescindere dalla razza, religione, status sociale e quant’altro. Insomma fare politiche che favoriscano la coesione sociale in cui ciascuno non si senta figlio di un dio minore.
Questo a Roma stiamo realizzando.
In diversi quartieri della città, da Ponte di Nona a L.go Sperlonga, da V.le Morandi a Borghetto dei Pescatori, solo per citarne alcuni, abbiamo avviato politiche di trasformazione urbana condivise con chi in quei luoghi vive, affinché si ricostruisca quel senso di appartenenza al territorio che solo può determinare nuove identità collettive.
Attraverso politiche di mediazione sociale che puntano a governare i conflitti, (spesso inevitabili e sovente tra immigrati e autoctoni), che in ogni contesto si possono generare. E il modo più efficace per governare il conflitto è quello di far conoscere tra loro le persone, far cadere quel muro di incomunicabilità, di indifferenza che genera paure e insicurezze. E’ far conoscere le diverse culture e farle esprimere.
In sintesi occorre muoversi con l’obiettivo di creare nuovi legami sociali e le condizioni atte a costruire nuove ragioni di appartenenza dove ciascuno non annulla se stesso e si senta a pieno titolo parte di una nuova comunità.
Questo occorre fare a tutti i livelli non lasciando soli i Comuni a governare questi processi.
Questo è anche il modo più efficace per non consegnare al fanatismo religioso donne e uomini immigrati che spesso avanzano solo una domanda di “senso”.
Pino Battaglia
Consigliere DS al Comune di Roma
Presidente della Commissione Sicurezza
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