

I negozi storici lasciano il posto a nuove attività. La crisi dopo anni di successo
La liuteria di largo Preneste, la pasticceria Partenope, Carlini Sport, la ferramenta di via Renzo da’ Ceri, Roberta Shoes, Montgomery, la pasticceria Senesi, Cifaratti, la gioielleria De Cristofaro: questi i nomi dei più importanti esercizi commerciali che in questi ultimi anni hanno chiuso o stanno chiudendo i battenti nel quartiere Prenestino, tralasciando quelli che hanno tirato giù le serrande a cavallo tra gli anni novanta e duemila.
Stiamo parlando di negozi di lunghissima tradizione, anche trentennale, che per diverse ragioni vengono sostituiti da nuove attività italiane o straniere, ma non sempre di qualità come le precedenti.
Al posto della pasticceria Partenope, in via Roberto Malatesta, ha aperto, anni fa, un negozio di frutta e verdura; ancora prima aveva chiuso l’anziano liutaio di largo Preneste. Nel 2004, dopo la svendita, chiude Carlini Sport, sempre su via R. Malatesta, e questa volta sostituito da un altro negozio di abbigliamento sportivo; alla fine del 2005 cominciano a svendere Montgomery, negozio di abbigliamento di via dell’Acqua Bullicante nei pressi di piazza della Marranella, e sulla stessa via, vicino largo Preneste, il negozio di scarpe Roberta Shoes, rimpiazzato oggi da una frutteria. Nello stesso anno chiude anche la ferramenta di via Renzo da’ Ceri e l’anno successivo, nella stessa strada, si ritira il pasticcere della Senesi, locale sostituito dall’elegante Caffè Point.
Il 2006 è anche l’anno di chiusura di Cifaratti, il negozio di abiti eleganti di piazza della Marranella, tra l’altro molto conosciuto in tutta la città; al suo posto è previsto un ristorante cinese.
In questi giorni di metà aprile, passeggiando per via Acqua Bullicante, si può notare la vendita promozionale dell’antica gioielleria De Cristofaro, che proseguirà fino a maggio per poi chiudere per sempre.
Tra i motivi più ricorrenti, c’è un mancato ricambio generazionale nella conduzione, che porta il vecchio proprietario a chiudere piuttosto che sobbarcarsi altre preoccupazioni di gestione. Ma alla base influisce di sicuro la crisi economica che dagli anni novanta falcidia i piccoli commercianti a vantaggio delle grandi catene commerciali o dei negozi per cinesi o per arabi.
Non è un caso che le vecchie botteghe, quasi tutte imperniate sul prodotto di qualità, vengano sostitute da attività che si concentrano sulla distribuzione di beni di prima necessità, come frutterie, bar o negozi all’ingrosso.
Con il costo della vita così elevato, e uno stipendio medio che non è aumentato, i cittadini preferiscono prodotti di minor qualità ma comunque accessibili alle loro tasche, come i prodotti dei locali cinesi, o piuttosto concentrarsi sull’acquisto di beni alimentari essenziali, e spendere al massimo per un caffè o un gelato.
Le uniche attività che non conoscono crisi sono i ristoranti: in questi anni nel quartiere hanno aperto “A casa nostra” (via Renzo da’ Ceri), “Roberto Grill” (zona Pigneto), “Cacio e pepe 2” (via Prenestina), e altri. Questi locali, evidentemente, rimangono l’unica destinazione per il restante denaro delle italiche tasche piuttosto che investirli in banche “senza interesse”.
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