

Due associazioni, circa 90 soggetti, contestano le novità previste dal progetto approvato in conferenza dei servizi
Hanno animato la domenica romana per decenni, tra banchi traboccanti di vinili, cappotti militari, oggetti impossibili da catalogare e sorrisi strappati al primo sole. Ma oggi, per i venditori irregolari di Porta Portese, il futuro è una grossa incognita. “Una omologazione brutale che cancellerà l’anima vera del mercato”, denunciano. E la battaglia è appena cominciata.
Dopo vent’anni di promesse mai mantenute, lo scorso 14 luglio il sindaco Roberto Gualtieri e il presidente del XII Municipio hanno finalmente presentato il progetto di riqualificazione dello storico mercato romano. Un restyling ambizioso, che promette ordine, decoro e regole chiare. Ma non tutti applaudono.
Nel cuore pulsante di Porta Portese, dove convivono 680 operatori regolari e 160 venditori “storici” ma senza autorizzazione, il nuovo corso non piace a tutti.
Due associazioni – nate in primavera e forti di circa 90 iscritti – riuniscono chi da anni lavora tra via Bargoni e piazza Ippolito Nievo, ma senza licenza. E ora si sente messo all’angolo.
Per loro, il punto più critico è il bando previsto per ottobre 2025. Un passaggio obbligato per ottenere una licenza, che richiede però l’apertura della Partita Iva. “Non vogliamo partecipare – ha spiegato in commissione Giuseppe Martelli, portavoce di una delle due associazioni –. Siamo stati censiti, vogliamo l’assegnazione diretta. I costi per una Partita Iva sono insostenibili: oltre 4.600 euro all’anno. Come si fa a coprirli lavorando solo la domenica?”
Ma la protesta non è solo economica: è culturale. “Porta Portese è un patrimonio popolare, vivo e caotico – dicono –. Se lo regolarizzate troppo, lo snaturate”. E allora le richieste sono altre: una zona dedicata esclusivamente al riuso e riciclo, tesserini identificativi, regole contro l’affitto dei banchi, spazi definiti, il pagamento dell’occupazione del suolo pubblico e – almeno – l’installazione di bagni chimici.
La risposta dell’amministrazione non si è fatta attendere. Alessia Salmoni, vicepresidente del XII Municipio e delegata alle Attività Produttive, ha respinto le accuse di mancato ascolto: “Abbiamo incontrato le associazioni e spiegato tutto. Fino a marzo scorso ci confrontavamo con un’altra realtà che rappresentava il mercato. E comunque ho un elenco di 80 operatori irregolari pronti ad aprire la Partita Iva”.
Più netta ancora Monica Lucarelli, assessora capitolina alle Attività Produttive: “Capisco le istanze, ma il lavoro va legalizzato. Serve un riconoscimento formale o continueremo a perpetuare una situazione di precarietà e confusione. Dobbiamo pensare a un mercato che sia vivo, sì, ma anche sicuro, sostenibile e giusto”.
Il rischio? Che Porta Portese, il più grande mercato dell’usato d’Europa, finisca per perdere una parte della sua anima proprio nel momento in cui prova a rinascere. Tra nostalgia e modernità, la battaglia è aperta. E si gioca tutta tra i vicoli di Monteverde, dove ogni domenica va in scena una storia diversa.
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Le risposte ricevute dagli enti preposti al solito sono un misto di politichese e ipocrisia. La regolamentazione del mercato può avvenite anche attraverso una concessione consortile autogestita, il pagamento di un canone sociale o anche con l’utilizzo del codice fiscale visto che fino a 5000€ l’anno si rientra nella categoria di venditori informali. Queste opzioni non vogliono nemmeno sentirle nominare. La verità è che vogliono usare il bando come grimaldello per sbarazzarsi in un colpo solo di una caterva di poveracci e fare spazio a chissà chi con un processo di omologazione brutale che impoverirà ulteriormente Roma.