

L’intraprendenza di una professoressa del Liceo Isacco Newton regala una istruttiva esperienza europea e teatrale ai suoi studenti
1- La professoressa Cinzia Cetraro (al centro) e due studentesse del progetto YET
La globalizzazione e le istituzioni sovranazionali impongono oggi una maggiore apertura culturale verso gli altri popoli. Le relazioni si intrecciano; gli scambi politici, commerciali e intellettuali si intensificano. In questo nuovo scenario diventa sempre più importante la conoscenza della lingua inglese, che permette la comunicazione tra diverse etnie.
Noi italiani, è ormai noto, su questo versante siamo un po’ indietro. Le ragioni sono molteplici, però bisogna dire che le nostre istituzioni non investono molto per l’apprendimento della lingua anglosassone tra i giovani. Ben vengano, quindi, iniziative individuali come quella della professoressa Cinzia Cetraro, docente di lingua inglese al Liceo Scientifico Statale Isacco Newton di viale Manzoni.
La professoressa Cetraro è riuscita ad inserire il Liceo Newton all’interno di un programma della Comunità Europea, approvato il 14 marzo 1995, denominato Socrates. Questo programma, tramite il piano Comenius, promuove la cooperazione nel campo dell’istruzione a tutti i livelli (scuola materna, elementare e secondaria), dando vita a progetti scolastici, linguistici e di sviluppo della scuola.
Il prodotto finale di uno di questi progetti è lo YET (Youth Europe Theatre), un vero e proprio scambio linguistico-culturale tra tre licei di altrettanti paesi comunitari. Ma è la stessa professoressa Cinzia Cetraro che ci spiega nel dettaglio l’iniziativa.
«Il progetto YET è nato da un’idea della preside del Teylingen College di Amsterdam, Agnes de Lely. Si tratta di un progetto teatrale, uno scambio triangolare tra tre paesi diversi che, insieme, mettono in scena un’opera letteraria. Ogni ciclo dura tre anni. Ogni anno una delle tre scuole ospita i partecipanti delle altre due. Avevo già coordinato due precedenti progetti europei e ho scoperto l’esistenza di YET appena in tempo. Ho presentato la candidatura del mio liceo al prof. Sjef van Leuween, coordinatore europeo del progetto, e siamo stati scelti come partner nell’ultimo ciclo, partito nel 2006, con Olanda e Finlandia. Nel primo round dell’ottobre scorso, abbiamo organizzato la manifestazione qui a Roma ospitando il Teylingen College e l’Oulun Suomalaisen».
Come funziona YET?
«Il paese ospitante ha il compito di scegliere un testo rappresentativo della propria cultura letteraria. L’opera viene divisa in tre parti salienti che diventeranno oggetto di tre rappresentazioni teatrali ben distinte, ognuna gestita da un direttore artistico dei paesi partecipanti. Ogni Creative Team è composto da cinque insegnanti e quaranta studenti di tutte e tre le nazionalità. Per due settimane ogni gruppo lavora realizzando un art factory con il compito di creare i costumi e la scenografia della rappresentazione. Per YET8 abbiamo scelto Il Castello dei destini incrociati di Italo Calvino».
Quindi, il teatro viene utilizzato come canale di comunicazione?
«Certo, perché nel teatro è presente, oltre alla componente verbale, una altrettanto forte componente non verbale, che rende più facile il superamento delle barriere linguistiche. Con questo metodo i contatti tra le persone di diversa nazionalità sono più efficaci e il risultato finale è una maggiore consapevolezza e comprensione del patrimonio culturale dei partner stranieri. Inoltre, in una situazione di total-immersion in cui si è obbligati ad usare l’inglese per comunicare, la competenza linguistica aumenta».
Come hanno reagito i ragazzi? Ci sono state differenze di comportamento tra loro?
«Nonostante un iniziale approccio, freddo e distaccato, tutti i ragazzi hanno poi reagito con grande entusiasmo e disponibilità. Tra loro si è creato un forte feeling. Le differenze che sono emerse si devono imputare alla sfera sociale. Infatti, sia gli olandesi che i finlandesi cominciano a confrontarsi con le dinamiche del mondo lavorativo in età scolastica, sui dodici anni. Per questo hanno uno stile di lavoro più maturo e indipendente rispetto i nostri ragazzi».
Ci sono altre cose che dovremmo invidiare a olandesi e finlandesi?
«Dagli olandesi la precisione nel mantenere gli impegni e la puntualità: sono degli orologi. Mai in ritardo! Nei finlandesi è da prendere ad esempio la loro autosufficienza e maturità. Comunque, gli studenti si mitigavano a vicenda: la rigidità di olandesi e finlandesi era limitata dal modo italiano di fare le cose, mentre gli stranieri sono riusciti a tirare fuori la serietà che troppo spesso è nascosta in un italiano».
Ci sono stati aiuti da parte delle istituzioni?
«Il progetto prevede fondi europei con i quali è possibile pagare le mobilità di docenti e studenti. Perciò, ragazzi e insegnanti viaggiano gratis senza incidere sul budget delle scuole. Per l’Olanda, che ha ideato il progetto, ci sono contributi speciali da parte del loro Ministero dell’Istruzione».
È stato sicuramente un lavoro impegnativo ma molto utile, non è vero?
«Utilissimo perché, oltre all’apprendimento della lingua straniera in una situazione di full-immersion, simili esperienze accrescono l’autostima e l’autonomia tra gli studenti che alla fine del progetto tornano in classe con un interesse e un’attenzione maggiore. E questo mi ripaga di tutti gli sforzi profusi. Il professor Sjef mi aveva detto che il round in assoluto più difficile da gestire è quello in cui si partecipa come paese ospitante. Quando ripenso all’impegno che YET ha comportato per me mi riesce difficile credere di avercela fatta».
E invece la professoressa Cinzia Cetraro ce l’ha fatta; e anche in modo egregio. I suoi alunni sicuramente le saranno riconoscenti. Grazie alla sua intraprendenza hanno vissuto una bella esperienza che non si conclude qua. L’appuntamento è per il prossimo anno, ottobre 200, a Oulu, in Finlandia. Nell’ottobre 2008 tutti in Olanda per l’edizione conclusiva.
Peccato che altri istituti scolastici non abbiamo un’analoga opportunità. L’Europa unita passa anche per questi progetti che, invece di vivere su iniziative individuali, andrebbero inseriti in un programma istituzionale accessibile a tutti e, soprattutto, finanziati. Anche perché il futuro pretende sempre degli investimenti.
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