

Parla Anna Fedeli, segretaria regionale della Flc-Cgil
Ancora slogan, ancora cortei, ancora loro. Gli studenti italiani, a due mesi dall’approvazione del decreto Gelmini, continuano a macinare chilometri per protestare contro i tagli all’istruzione sanciti dalla riforma. Venerdì 12 dicembre, in occasione dello sciopero generale della Cgil, migliaia di giovani sono tornati a presidiare il palazzo di viale Trastevere, mentre il ministro dell’istruzione Maria Stella Gelmini si affrettava a smentire un suo eventuale dietrofront sul maestro unico.
Anna Fedeli, segretaria regionale della Federazione lavoratori della conoscenza (Flc-Cgil), commenta dalle pagine di Abitarearoma.net gli avvenimenti degli ultimi giorni.
Il ministro Gelmini ha smentito cambiamenti in corso d’opera sul maestro unico, anche se nei giorni precedenti la manifestazione del 12 dicembre si era parlato del passaggio al maestro prevalente. Dietrofront o mossa strategica?
Senz’altro mossa strategica. La scuola avrebbe aderito allo sciopero generale ancora una volta in modo significativo, anche se non ai livelli dei precedenti scioperi, mettendo in seria difficoltà la credibilità del ministro dell’Istruzione.
Inoltre, operare in pochi giorni la trasformazione degli ordinamenti e degli orari della scuola superiore era impresa impossibile anche per un governo che non conosce limiti di intervento.
Resta la gravità della conferma per la scuola primaria delle 24 ore come tempo scuola di riferimento: rischiano di trasformarsi in una brutta copia del modulo, con l’aggiunta dell’insegnamento della religione e della lingua inglese. In una parola nella scuola del maestro prevalente.
Con lo sciopero generale sono tornati in piazza gli studenti, che hanno presidiato il ministero di viale Trastevere. Perché si continua a protestare a due mesi dall’approvazione del decreto Gelmini?
La protesta dei giovani merita un’attenzione particolare. Evidenzio in prima battuta la serietà e la convinzione della protesta che si è espressa nei modi composti dei cortei. Che a più riprese hanno attraversato la città in questi mesi.
I giovani sono coscienti di essere la prima generazione senza futuro dal dopoguerra a oggi: la precarizzazione li colpisce sul fronte dei diritti futuri (lavoro, pensioni…), ma anche nel presente. Lo Stato non li ritiene degni di una riforma della scuola e dell’università condivisa, che si rifaccia al mondo del lavoro, ai contesti sociali attuali, alle culture tecnologiche. Prospetta loro una riforma fatta di tagli, allocata dentro una legge di programmazione economica, la famigerata 133 del 5 agosto 2008.
E’ un periodo di crisi economica internazionale. I tagli alla scuola e all’università sono necessari?
Assolutamente no. E’ necessario una riforma della scuola e dell’università che riposizioni gli investimenti per renderle più adeguate ai tempi. Ma per combattere la crisi sono necessari nuovi investimenti e la conoscenza è la scommessa di un Paese per riprogettare la sua economia in tempo di crisi.
Cosa si perderebbe con il ritorno al maestro unico alle elementari?
Prima di tutto è un pericoloso ritorno all’indietro di 40 anni, perché il tempo pieno negli anni ’70 e i moduli negli anni ’90 avevano significato non soltanto l’estensione del tempo scuola, ma anche il riconoscimento per il successo formativo di tutte le capacità che un bambino può esternare.
Nell’85 sono stati introdotti nei programmi della scuola primaria gli ambiti che riguardano la conoscenza del sé, l’educazione all’immagine e alla musica, per valorizzare tutte le personalità.
Inoltre, oggi con la diversificazione degli approcci mediatici che caratterizza la vita dei bambini fin dai primi anni, solo una preparazione approssimativa può scaturire da un insegnante tuttologo.
Con i tagli all’università si è tornati a parlare di “ fuga dei cervelli”. Qual’ è la ricetta giusta per fermare l’emorragia?
Investire è la parola magica. Purtroppo si pensa che gli investimenti nella ricerca siano a perdere e non si quantifica il ritorno nell’economia degli effetti che la ricerca produce.
I ricercatori che fuggono hanno bussato alle porte degli enti di ricerca italiani e le hanno trovate chiuse. Ricercare costa, ma sono costi che “producono”. E’ difficile in Italia capirlo.
Chi pagherà il conto delle riforme all’istruzione?
Le generazioni future che non potranno usufruire di una scuola e di un’università pubblica di massa, in grado di offrire pari opportunità a tutti i cittadini. Non a caso i provvedimenti Gelmini-Tremonti sono considerati classisti, perché rischiano di rintrodurre la scuola del censo.
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