

Riflessioni e stato dei luoghi a Torre Angela, Torrenova, Giardinetti, Tor Bella Monaca, Finocchio,Villaggio Breda, Tenuta Borghese, Ponte di Nona e Due Leoni
In questi giorni sulla rete romana si fa un gran parlare dello sfogo del lettore romano di Repubblica e della risposta del sindaco di Roma, Veltroni.
In proposito chiedo ospitalità per esprimere la mia opinione.
Più che dallo sfogo del cittadino romano sono rimasto basito della banalità e demagogia della risposta del sindaco. Non posso resistere a raccontare la mia esperienza nella futura banlieu romana.
Io mi ci rivedo molto nello sfogo del lettore di Repubblica. Ho sempre votato a sinistra e quella è la mia formazione culturale. Purtroppo nel quotidiano del posto in cui vivo le mie convinzioni vacillano sempre di più. E mi pento sempre di più di avere votato Walter entrambe le volte. Sono sempre più convinto che a Roma serva una svolta, un cambiamento, sperando che possa servire come scossa a tutti i cittadini. Meno inaugurazioni, meno fregnacce di facciata e più servizi concreti. Forse pura utopia.
Vivo da 6 anni a Torre Angela o Torrenova o Giardinetti, come lo volete chiamare e qui ce n’è di materiale per far vacillare anche le certezze di un missionario.
Urbanisticamente tutta la zona di roma est, sulle direttrici della casilina e prenestina, è un enorme suk nato dalla corsa dell’abusivismo degli anni 70 e 80; un eterno susseguirsi di case abusive costruite le une addossate alle altre, pratoni incolti, cave abbandonate, quartieri simil residenziali assediati dal nulla. Il tutto inframezzato da decine e decine di rivendite di materiali edili e idraulici a testimonianza dell’enorme sforzo costruttivo fatto da migliaia di famiglie in barba alle regole edilizie più elementari. Penso che qui abbiamo il record di rivendite di materiali edili per persona.
In mezzo a questo Tor Bella Monaca, che forse forse non sarebbe neanche malissimo se i materiali con cui costruirono i palazzi non fossero scadenti, roba da edilizia popolare e non avessero costruito i grattacieli. Perché abbiamo costrutio i grattacieli a Roma? E’ quello che si chiedono molti romani del luogo quando scappano ai Castelli per sfuggire alla calura estiva e riconoscono i grattacieli di Tor Bella Monaca da tutte le terrazze panoramiche.
Ma ancor di più, se non vi avessero deportato centinaia di famiglie senza casa o senza lavoro, migliaia di persone con forti problemi sociali alle spalle, concentrandoli nei palazzoni di via dell’Archeologia: una bomba sociale che non ha tardato a dare i suoi frutti. Ma almeno rispetto al resto le strade ci sono, pure belle larghe e ci sono i marciapiedi che sono un sogno in tutto il resto della zona.
In tutta la borgata Finocchio e gran parte di Giardinetti e Torre Angela esistono solo viuzze a senso unico senza possibilità alcuna di costruire, anche volendo, un marciapiede. Tutte le strade sono ricavate dallo spazio avanzato tra una casa abusiva e un’altra. Si può vagare per km e non trovare una mezza casa uguale all’altra mezza. Centinaia di case ancora con i tufi a vista. Provate a farvi un giro con la macchina a via di Rocca Cencia e provare l’ebbrezza di svoltare a caso in una traversa.
Fate una gita al Villaggio Breda con i vostri figli, oppure semplicemente uscendo dal raccordo sulla casilina e svoltate subito a destra dentro giardinetti. Solo chi ci abita o ci si trova per caso può capire cosa significa. E non sto parlando di qualche isolato: Sulla casilina oltre Finocchio è ancora comune di Roma, Ottavo municipio, e il raccordo anulare si trova a oltre dieci km di distanza. Dieci km di puro degrado urbano.
E’ evidente per chiunque visiti urbanisticamente e antropologicamente la zona che non c’è rimedio alcuno. Tempo fa, un architetto affezionato ai luoghi in cui è nato, mi ha detto semiserio che l’unica soluzione sarebbe quella di deportare tutti gli abitanti e radere al suolo tutto per poi ricostruire: uno sventramento e deportazione come quelli operati nel ventennio per costruire via della Conciliazione (gli abitanti di borgo pio furono "deportati" e nacque Torpignattara). Sembra una follia ma abitandoci non riesco a dargli torto.
Qualcuno ha mai visto la vecchia terminazione del trenino dei deportati Roma-Pantano? La ferrovia finisce con un cavalcavia mozzo in mezzo ai prati a dieci metri di altezza:
(foto da farm1 di flickr.com)
Il tutto in mezzo ai pini secolari di quello che è la Tenuta Borghese. Fu tagliata anche la via di ingresso al complesso:
(foto da http://casilina18.free.fr)
Dal sito della Tenuta (www.pantanoborghese.com) possiamo vedere la bellezza di questi luoghi e le loro foto cercano di nascondere lo scempio fatto del magnifico ingresso.
Il Comune ha anche inaugurato con tanto di festa il nuovo capolinea che aggiunge schifo sullo schifo. Nella ristrutturazione non si sono preoccupati di rimediare. Mica siamo nella capitale d’italia, nel luogo più famoso al mondo? No! quindi facciamo solo il minimo indispensabile. Sono proprio i nostri amministratori i primi a non credere più in un risanamento dei luoghi.
A chi non è della zona ma ha degli interessi urbanistici o semplicemente un puro e sano gusto dell’orrore suggerisco una gita fuori porta: andate al famigerato Centro commerciale Roma est, ma non prendete l’autostrada, piuttosto arrivateci con l’unica altra strada di collegamento: la Collatina. Da via dell’Acqua Vergine scoprirete mozziconi di campagna romana divorati da palazzine anonime, devastata da discariche abusive e decine di prostitute di colore con il loro ombrellino che svettano tra i cumuli di rifiuti edili. Poi sbucate a Ponte di Nona e all’improvviso vedrete quella cosa che può solo definirsi un ecomostro. Vi consiglio di andarci davvero e di affacciarvi dalle gigantesche terrazze poste al primo piano da cui godrete una magnifica vista di quello che stiamo distruggendo.
Visto che noi siamo anche il posto in cui viviamo, l’equazione è presto fatta. Chi ha avuto i mezzi economici o culturali per capire dove viveva se l’è svignata, altri sono rimasti in questo enorme "non luogo". Visto che il valore immobiliare medio è il più basso di Roma, per una specie di osmosi, "degrado chiama altro degrado", le case si sono riempite, per usare un eufemismo, delle nuove classi sociali meno abbienti: gli immigrati.
Siamo in un paese libero e quindi sono stati anche liberi di scegliersi i propri ghetti: in alcune strade sono tutti rumeni, in altre albanesi. Via Angelo Macchi, dietro casa mia che è (dovrebbe essere) un edificio valorizzato dalla Soprintendenza e costruito da Domenico Fontana, è stata scelta come dimora dagli africani. Duecento metri di strada sono abitati solo da nigeriani, congolesi e via dicendo. Anche le attività commerciali hanno cambiato connotazione e sono sorti decine di negozi che vendono solo i loro generi alimentari. Sotto casa mia hanno aperto una specie di baretto dove vengono tutte le sere ad ubriacarsi. Alla sera cento metri di strada ai lati del mio portone sono cosparsi di decine di bottiglie di birra rotte e la maggior parte degli avventori sono le prostitute nigeriane che si rifocillano prima di partire per attaccare a lavorare… Tutti pomeriggi poi si assiste ad una altra scena tipica di Torrenova: i vecchietti che riportano a casa le loro signore di colore. Sembra una fermata dell’autobus, un viavai di macchine guidate da signori ultra sessantenni che accompagnano a casa belle ragazze nere di vent’anni.
I loro uomini o papponi si dedicano nel frattempo alla pulizia delle loro mercedes, bmw, audi, tutte macchine vecchiotte ma tirate a lucido. Quando non funzionano o sono incidentate le lasciano per mesi parcheggiate di fronte casa mia smontandole e riparandole appena hanno i soldi. Quante discussioni da parte nostra con municipale, polizia e carabinieri rischiando anche l’oltraggio: "le macchine hanno la targa e non si possono rimuovere"; "ma guardi che la notte ci dormono dentro e le tre macchine semidistrutte sono ferme da un anno, dovete venire"; "appena una pattuglia è libera la facciamo intervenire". E puntualmente non viene nessuno… Chissà se in via Cassia un’auto senza il muso può rimanere un anno sul marciapiede con persone che ci dormono dentro…
Francamente mi fanno ridere le discussioni e iniziative sulle telecamere antiprostituzione per risanare i quartieri bene. Noi non abbiamo diritto neanche a questo: qui le prostitute mica battono, ci abitano!!!
Vabbè, decido di fare la spesa al supermercato all’angolo di via Tor Vergata. Sono 400 metri e faccio due passi. Incontro tre bar e l’altra faccia della comunità slava. Eh si, il Presidente Napolitano ha tuonato per gli incidenti sul lavoro e tutti al Primo Maggio, tra una fava e un pezzo di pecorino, si sono indignati con lui. Ma la mattina di fronte allo smorzo (rivendita di materiali edili) in via di Torre Angela ci sono centinaia che aspettano che qualcuno se li carichi per un lavoretto dell’ultima ora; tutto in nero e senza protezione alcuna.
Sono le 18 e tutti sono tornati dai cantieri. Ora i bar sono affollati da albanesi rumeni e polacchi che scolano decine di birre e prima delle 20 molti non si reggono in piedi. I più risparmiosi vanno al supermercato e comprano una cassa di birra da consumare tranquillamente in un angolo della strada. Il mio è tutto uno slalom tra bottiglie e lattine vuote lasciate per terra. E guai a rimproverare qualcuno che spacca la bottiglia contro un muro o anche solo incrociare lo sguardo.
Nelle mie file alla cassa del supermercato a Tor Vergata ho notato più volte degli extracomunitari che compravano scatole di cibo per cani e scatole di pelati. All’inizio non ci avevo fatto caso ma poi chiacchierando con il cassiere cingalese ho aperto gli occhi: i più poveracci con poco più di un euro si fanno un bel gulasch di Ciappi. Non credevo di poter vedere queste situazioni a Roma e quasi mi vergogno a parlarne.
L’altro ieri mi è scaduta la carta di identità e quindi mi sono recato all’Ottavo municipio per il rinnovo in piena Tor Bella Monaca. Solo capire dove si trovi il Municipio è una impresa. Trovo i vigili, trovo il teatro ma degli uffici comunali nessuna traccia. Anche qui i nostri cari urbanisti si sbizzarrirono separando il piano stradale da quello dei servizi, un po come a Laurentino 38. E’ tutto un alternarsi di strade, sottopassi, cavalcavia, scalette, piazzette e parcheggi rialzati. Una manna per la microcriminalità. Certo non usarono il cemento autopulente utilizzato da Richard Meier e ora tutto il quartiere ha un aspetto fatiscente, grigio sporco.
Finalmente, dopo le indicazioni di alcuni passanti, Bingo! Gli uffici aprono alle 8,30, avevo un vago ricordo orrorifico dell’ultima volta che avevo messo piede in questo luogo di dolore e mi sono messo in fila alle 7,20. Molte persone in fila sono poveri immigrati presi tra i mille problemi dei loro documenti e la nostra burocrazia infinita.
Alle 8,30 aprono le porte e parte una corsa al numeretto senza esclusione di colpi. C’è una unica macchina che distribuisce i numeri tra spinte schiaffi e pugni. Una vecchietta cade, urla e piange. Gli impiegati comunali seguono la scena a distanza e si guardano bene dall’intervenire. Il più temerario, da debita distanza, minaccia di chiamare i vigili. Il comando è al piano di sotto ma di vigili non c’è traccia. Qualcuno ironizza che sono a prendere un cappucino e cornetto. Come dargli torto? Un signore distinto mi racconta che è il quarto giorno di fila che viene e non è mai riuscito a prendere i numeri. Dice che ogni giorno è la stessa solfa, botte e urla. Capisco perché i numeri finiscono. Nella calca ognuno tira via una striscia di carta con dieci, venti numeri. Agli uscieri del Municipio non gliene frega nulla, dopo essersi goduti lo spettacolino della rissa si disperdono nei corridoi e trovarne uno è un’impresa. Mi servivano informazioni e ne "stano" due che si stanno fumando una sigaretta in un angolo con la finestra aperta. Ottenute le informazioni non riesco a trattenermi dal fargli notare che c’è il divieto di fumare. Mi rispondono che sono stanchi e hanno il diritto di fare una pausa e che comunque se ho qualcosa su cui ridire devo andare al piano di sopra all’URP. Beh! ci rinuncio: se gli uscieri sono Pacciani e Liboni, all’URP ci sarà Hannibal e poi si sta facendo tardi, sono le 8,40 e come molti devo andare in ufficio.
Ritorno in fila per la carta di identità e ancora ci sono numerose discussioni tra chi era in fila alle sette e ha preso il numero venti e chi arrivato all’ultimo momento con spinte e schiaffi ha preso il numero 8. Un usciere, affetto da sindrome di down, cerca di fare rispettare al fila ma viene preso a spinte anche lui e se ne va piangendo. Penso che ora finalmente arriverà la municipale ma non accade nulla. Il signore distinto mi tranquillizza: è così tutte le mattine. Penso che ci sarebbe molto da discutere sull’opportunità di impiegare un ragazzo down per questi servizi…
Alle 10,30 ho fatto. Per tutto quello che ho visto mi viene da pensare che sia stato in un ufficio del terzo mondo. E invece no, Sveglia!!! Sei solo all’Ottavo municipio.
Sullo scooter mi interrogo sul significato della parola cultura, ripenso al gran battage pubblicitario del nostro Sindaco sul nuovo Teatro di Tor Bella Monaca, della direzione di Michele Placido, della cultura che sbarca in periferia.
Ma che ci faccio con un teatro se vengono calpestati i miei diritti fondamentali di cittadino? Mi viene alla mente il motto romano: "panem et circenses".
Tutto questo ha però un solo nome: DEGRADO
E non sono le piazze in periferia, i nuovi centri commerciali, il tempio del nuoto a Tor Vergata e i milioni di metri cubi di cemento decisi dall’ultimo Piano regolatore che risolvono i problemi di questa parte della città. Come lascia il tempo che trova il temino al giornale svolto diligentemente dal nostro Walter.
Due anni fa, nel pieno della rivolta delle banlieu francesi, seguivo con interesse le discussioni dei nostri politici sull’eventualità che quanto accaduto a Parigi potesse ripetersi nelle nostre periferie.
Secondo me ancora no: gli ingredienti ci sono tutti ma è troppo presto. La maggior parte dei nostri immigrati sono ancora alla prima generazione a differenza di quelli francesi. Diverso sarà quando i loro figli o nipoti rivendicheranno una loro identità sociale nella nostra città e nel nostro paese. Se non rimuoviamo dalla nostra città i ghetti che già furono dei romani. Se non perseguiamo nei loro confronti una seria campagna di integrazione culturale allora ci saranno tutti gli elementi per il ripetersi degli episodi parigini.
A differenza di altri ex quartieri periferici di Roma Est come Centocelle, Torpignattara, Pigneto, Quadraro dove i coatti di un tempo si identificavano nella loro borgata, qui neanche i romani hanno avuto il tempo di trovare un "orgoglio coatto". Torpignattara è nata negli anni venti. Il Quadraro pure. Torre Angela, Giardinetti e Finocchio da zone rurali sono passate a borgate solo al finire degli anni Sessanta e hanno avuto una storia urbanistica diversa. Alla seconda generazione di abitanti c’è stata l’immigrazione in massa degli stranieri. E’ ancora troppo presto. Sì ci sono diversi comitati di quartiere e associazioni ma francamente le vedo più come un’arma di difesa dallo squallore di tutti i giorni che come strumenti di affermazione della propria identità.
Se penso ad un simbolo della mancanza di identità culturale di queste parte della città, non mi vengono in mente le centinaia di ruderi antichi abbandonati di cui la zona è piena. Piuttosto penso al cancello dei Due Leoni sulla Casilina dopo Grotte Celoni. Il quartiere Due Leoni deve il suo nome proprio dai due leoni che sovrastano le colonne del cancello della villa di un noto costruttore romano che ora ospita un convento di suore. (per saperne di più consultate il libro di Rita Pomponio: Torrenova felix. Il Lazio da Agro Pupinio a proprietà borghese dal VII secolo a. C. al XX).
I due leoni in cemento varranno più o meno come un nano da giardino ma tant’è, quella è l’origine del toponimo. All’ultimo scudetto della Roma li hanno pure dipinti giallo rossi. Una volta si entrava dal cancello nell’omonimo quartiere abusivo, poi l’ingresso diventò troppo piccolo e hanno fatto l’attuale svincolo isolando il vecchio cancello dietro due guardrail. Nessuno ha mai lontanamente pensato che possa valere la pena conservarlo: una stuccata, una pitturata e un piccolo recinto. Chissà, che un domani i figli dei muratori rumeni e polacchi che ora sono in attesa davanti allo smorzo non decidano di ristrutturarlo per loro. Quello sarebbe un segnale che sta nascendo la banlieu.
Per ora giace lì, sulla Casilina davanti a tutti, disgregandosi giorno dopo giorno coperto di erbacce e rifiuti e anche i leoni iniziano a capire che non c’èpiù nulla da difendere o quasi.
Davide De Benedictis
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