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Roma, l’errore di cedere Romagnoli

Il giovane talento di Anzio rischia di andare al Milan, rievocando la maledetta cessione di Peruzzi alla Juve di ben 24 anni fa. Un'analisi sugli svantaggi dell'operazione
Gianluigi Polcaro - 1 Agosto 2015

Un’altra lunga estate attanaglia i tifosi della Roma, che assistono alla lenta formazione della squadra per la stagione 2015/16. Ma si sa, il mercato di Sabatini è difficile da capire. Anche per gli esperti di mercato è arduo seguire le oscure trame dell’uomo di Trigoria e nemmeno il rosso acceso della sua sigaretta può far luce e insegnare la strada. E con buona pace di mister Garcia che quando ha parlato ha lasciato intendere la sua inquietudine per non disporre di una rosa già pronta su cui lavorare. Per ora può accontentarsi di Iago Falque, Szczęsny e di Salah (non ancora contrattualizzato), in atteromagnolisa di Dzeko, il gran colpo in attacco e dei terzini.
Ma c’è una voce costante che riportano gli addetti ai lavori e che non è mai stata smentita dagli interessati: la cessione di Alessio Romagnoli. Il Milan c’è sopra da tempo e Galliani non ne ha mai fatto mistero, così come il neo allenatore dei rossoneri Mihajlović che l’ha lanciato da titolare alla Sampdoria. La società di Berlusconi ha già presentato un’offerta superiore ai 20 mln di euro ed è pronta a rilanciare per ottenere il talento del calcio italiano.

Ma perché la Roma dovrebbe privarsi del suo gioiellino? Di sicuro dal punto di vista economico sarebbe una plusvalenza incredibile, anche senza arrivare ai 30 mln che inizialmente avevano richiesto i capitolini. Sabatini avrebbe a disposizione un gruzzolo che potrebbe reinvestire sul mercato, anche perché sta avendo problemi a ricollocare gli esuberi (Destro, Doumbia, Gervinho e forse Ljajic) dopo gli errori di mercato della precedente sessione invernale e anche della precedente estate, che hanno dissanguato le casse giallorosse.
Se economicamente potrebbe diventare un affare, non lo sarebbe dal punto di vista della competitività della squadra. Sabatini poi, come gli chiede Pallotta, ha sempre valorizzato i giocatori per poi rivenderli a peso d’oro e pagarci buona parte della campagna acquisti, ma in questa sessione di mercato stiamo assistendo alla vendita dei giovani cresciuti nel vivaio di Bruno Conti, con cui si sta facendo cassa. Se Viviani, Verre, lo stesso Bertolacci (20 mln sempre al Milan!) possono essere cessioni utili alla causa, Romagnoli no, nemmeno per 25 mln. Perché una grande squadra non smonta e rimonta la sua rosa solo per fare plusvalenze e lo dimostrano gli scadenti risultati delle ultime quattro stagioni in cui non si è vinto nulla (nonostante il monte ingaggi secondo solo alla Juve) e in cui spesso hanno pagato gli allenatori per scelte altrui.
Inoltre Romagnoli è un talento, un forte difensore centrale di 20 anni cresciuto in casa, che rischia di essere ceduto alla concorrenza, a quel Milan che sta rinforzandosi a suon di miliardi, così come l’Inter per provare a ricompattare il vecchio trio delle tre grandi del nord insieme alla Juventus.

L’ultima volta che accadde un fatto del genere fu nel 1991, con la sciagurata cessione alla Juventus del giovane Peruzzi, l’erede di Franco Tancredi, che divenne uno dei più forti portieri di sempre e successore di Tacconi tra i pali bianconeri. Quella era una Roma allo sbando, governata da Ciarrapico e non più dal grande presidente Viola. Con l’era Sensi si ripropose stabilmente tra le grandi d’Italia e la società attuale ha basi solide e non avrebbe la necessità di vendere un talento a una rivale. Questo non significa che Romagnoli diverrà il nuovo Nesta (è presto per dirlo), ma quello che è certo è che una grande società non vende i suoi gioielli alla concorrenza. Come se la Juve vendesse alla Roma Daniele Rugani, l’altro talento difensivo del calcio italiano: un suicidio sportivo che non rientra nel passato bianconero, che tra l’altro ha la sua forza proprio nel creare un nucleo di giocatori (e soprattutto difensori) italiani su cui poi costruire il gruppo.
Ma non è solo per ragioni di opportunità sportiva tenere Romagnoli, ma anche per motivi tecnici. Vendendolo bisognerà ricercare sul mercato un forte difensore centrale che dia immediate garanzie di adattamento, ma, considerando i tempi del mercato giallorosso, arriverà alla fine dalla sessione a ridosso dell’inizio del campionato (se non dopo!). A parte Manolas, non c’è un altro punto fermo della difesa centrale: Mapou Yanga Mbiwa, eroe dell’ultimo derby, non ha mai dato grande affidamento e poi c’è Castan, reduce da un intervento delicatissimo alla testa e quindi fermo da più di un anno. La speranza è che il brasiliano possa ritornare ai livelli del 2013/14 quando giocò superbamente insieme a Benatia, anche se, molti non lo dicono, nella sua prima stagione in giallorosso il centrale brasiliano fu allenato da Zeman e fu disastroso, a differenza di Marquinos che invece si rivelò provvidenziale, al limite del miracoloso. Quindi la speranza è che Castan ritorni quello visto nel 2013 e non quello del 2012.
Poi c’è anche un’altra componente: quella legata ai giovani provenienti dal vivaio, che hanno di diritto a un posto nella rosa Champions. E chi meglio di un forte difensore italiano che non sia solo un nome utile a riempire la casella?
Molti potranno obiettare che Romagnoli è già d’accordo con il Milan e allora bisognerebbe chiedersi perché i giovani del vivaio romano desiderano andarsene dalla casa madre e perché un giovane come lui preferirebbe rinunciare alla Champions League e a un possibile ruolo da protagonista in una società forte? Forse perché non sente la fiducia della società? E chi è la società? Sabatini? Che di certo non vive di certezze e non può (per ordini superiori) garantire il futuro a nessuno? L’importante è che non ricada la maledizione di Peruzzi anche sulla cessione di Romagnoli. Corsi e ricorsi storici da cui qualcuno dovrebbe aver imparato per saper interpretare il profondo senso di appartenenza che lega il tifoso giallorosso alla tradizione romanista.


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