

La lunga rincorsa del cemento dal quartiere Appio ai Castelli romani
L’inarrestabile espansione edilizia di Roma verso i Castelli romani comincia all’indomani dell’ultima guerra mondiale. Migliaia di sfollati rimasti senza casa a causa dei bombardamenti avevano bisogno di alloggio così come ne avevano bisogno tanti cittadini costretti alla coabitazione in casa vecchie e sovraffollate o richiamati da altre regioni dall’incipiente espansione economica. I palazzi lungo la direttrice dell’Appia nuova negli anni ’30 si erano fermati a via delle Cave. Da lì, proprio all’incrocio, la trattoria ‘’Belvedere’’, una delle tante fraschette ‘’fori porta’’, segnava l’inizio della campagna romana.
Più avanti, lungo la Tuscolana, c’era la ‘’borgata ribelle’’ del Quadraro, poi in mezzo ai prati gli stabilimenti di Cinecittà e dell’Istituto Luce inaugurati nel ’36-’37.
Nel 1952 con il piano Fanfani inizia l’urbanizzazione a Cecafumo col piano di edilizia residenziale pubblica a riscatto dell’INA-Casa. Un grande piano edilizio finanziato con i fondi della Gescal pagati dai lavoratori. Il Comune porta le opere di urbanizzazione e i servizi primari. I proprietari dei terreni in questa parte di agro romano si chiamano Torlonia, Gerini, Caetani, Chigi ecc. Creato l’avamposto pubblico subito dopo arriva la grande speculazione intensiva dei palazzinari. In pochi anni sorgono i quartieri mostro di Don Bosco e Appio Claudio seguiti, negli anni ’80 da Cinecittà est. Con il che si arriva quasi al GRA. Scompaiono le trattorie di campagna, le vecchie torri medievali vengono inghiottite da palazzi alti dieci piani, i casali e le fattorie agricole si trasformano in ristoranti, i copiosi giacimenti archeologici delle ville rustiche romane vengono coperte a tappeto dalle fondazioni delle case. Il GRA taglia di netto l’Appia antica. E’ un diluvio di cemento senza qualità – se si esclude l’INA-Casa – senza funzioni e senza cultura. Mancano le scuole – i bambini fanno i doppi e tripli turni in locali ricavati nei negozi – i servizi sanitari, i trasporti. Di asili neanche a parlarne. Siamo negli anni del boom economico ed edilizio. E’ il sacco di Roma modello Rebecchini. Ma l’edificazione non si ferma al Raccordo. Tracima con l’abusivismo. Gli edili che costruiscono i palazzi ma abitano nei borghetti fatiscenti, la domenica tirano su la propria casa. Crescono alla rinfusa le borgate senza fogne e illuminazione, senza scuole, senza piazze e senza strade. Il blocchetto di tufo senza intonaco domina, squallido, il paesaggio di una città illegale.
Arrivano a metà degli anni ’70 i grandi sindaci: Argan, Petroselli, Vetere. C’è un riequilibrio. Si sanano le borgate, si apre la metropolitana, si creano le premesse del Parco degli Acquedotti, si portano maggiori servizi, si completano le scuole eliminando doppi e tripli turni, si aprono 7 asili nido.
Poi si torna all’antico. A cavallo degli anni ’90 c’è una sosta nell’espansione edilizia che somiglia al riprendere fiato di un corridore che s’appresta a fare l’ultimo salto per arrivare alla meta. E infatti nella seconda metà di quel decennio si pongono le premesse del grande allungo verso i Colli albani. Arrivano i piani di zona 167. Uno, quello di Nuova Tor Vergata, 600 mila mc., viene collocato come avamposto proprio alle pendici dei Castelli. Di fronte a sud-ovest verso la borgata di Romanina viene collocata un’altra 167 della stessa consistenza, a nord-est lungo la Roma-Napoli si colloca la quinta scenografica di un grande edificio direzionale e poi ipercentri commerciali a chiudere l’area dell’ex Italcable da una parte e la Tuscolana a sud-ovest che chiude dall’altra. Ecco fatto: si è creato un ‘’vuoto’’ urbano. Quel vuoto, di proprietà di Scarpellini fin dal 1990, non può essere lasciato incompiuto. La moderna urbanistica non prevede vuoti se non quelli in libertà provvisoria in attesa di essere riempiti. E così arriva il NPRG che, guarda caso, dice che lì dove erano previsti servizi pubblici generali si fa una ‘’centralità’’: 1 milione e 130 mila mc. di case, servizi e direzionalità. Ma il proprietario ora ne chiede 1 milione e 800 mila. Che cosa è cambiato rispetto alle strategie speculative degli anni ’50? Proprio nulla. Anzi oggi c’è l’aggravante che a guidare lo sviluppo urbanistico dovrebbe esserci una cultura ambientalista e paesaggistica che all’epoca era del tutto assente. Invece è sempre la solita storia. Il Comune porta le reti dei servizi primari, si crea un contorno di insediamenti residenziali 167 e di centri commerciali e poi arriva la speculazione intensiva.
Secondo gli estensori del Piano regolatore ‘’centralità’’ dovrebbe essere sinonimo di qualità ma per ora ci si concentra solo sulle quantità. Non si vuole correre rischi. Non sia mai che chi vuole andare a Frascati dovesse incrociare lungo il percorso un ‘’vuoto’’ di campagna romana, ne potrebbe rimanere sconvolto e gli farebbe male ai polmoni. Mentre una ‘’foresta pietrificata’’ senza soluzione di continuità ossigena assai meglio.
(3-fine)
Seconda puntata. Centralità di Romanina: profitti privati e costi pubblici
Prima puntata Centralità di Romanina: i conti in tasca alla rendita
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