

Il Sindaco di Roma Ignazio Marino e il Presidente dell’Assemblea Capitolina Mirko Coratti si congratulano con il regista per il ritratto che fa della città eterna, affascinante anche con tutte le sue contraddizioni. Eppure non la pensano tutti così.
Oggi è il giorno di Sorrentino. Peccato che il giorno di Sorrentino avrebbe dovuto iniziare a maggio dello scorso anno quando uscì nelle sale italiane quel film che aveva il volto di Tony Servillo e quello spessore così leggero e impalpabile che meritava solo d’essere riconosciuto e valorizzato come felice risultato di quella indiscussa capacità di creare cose belle che, diciamo la verità, noi italiani abbiamo nel sangue e che, se vogliamo, facciamo anche bene.
Come se fosse materia controversa su cui era proprio necessario dibattere, per mesi si è assistito al botta e risposta di due opposte correnti di pensiero; splendido, commovente, felliniano diceva la prima. Ambizioso, gratuito, futile, una boiata pazzesca rispondeva la seconda. Come sempre quando ci si lancia nell’esercizio del “tutto e il contrario di tutto” anche in questo caso in medio stat virtus. Accolto freddamente dalla maggior parte della stampa nostrana che lo aveva visto come un mero esercizio di stile in cui una grottesca umanità campeggiava in una Roma obsoleta e poco credibile, il film ha trovato invece (per fortuna) largo consenso al di fuori del nostro polveroso e ingrato Paese.
Perché oltre ad essere un bel film “La grande bellezza” è anche un film bello, semplice e disincantato, un quadro da ammirare, una serie di elementari verità; la difficoltà dello stare al mondo, il cinismo di un vecchio uomo deluso dal prototipo umano che si barcamena tra l’esistenza e l’apparenza, che si accontenta, che si annoia, che si spalma addosso una parvenza di felicità, che si conforma accodandosi a chiassosi trenini che non portano da nessuna parte. A voler trovare le ragioni per cui tanta sufficiente freddezza si è tributata alla premiata coppia Sorrentino – Servillo, bisognerebbe andarle a ricercare proprio nella nitida realtà che il primo dipinge e che il secondo così perfettamente incarna. Bisognerebbe riconoscere che ciò che ha infastidito nel film sono proprio quei personaggi che si muovono come marionette in un contesto di vacuità e di lascivia dei costumi, quel tripudio di mediocrità dove per poter dare credibilità ai sentimenti, sedimentati “sotto il chiacchiericchio e il rumore” senza che vengano coperti da una patina di volgarità bisogna tirare in ballo una surreale Santa ultracentenaria. Che ci sono “gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo”. Tutto vero.
A volerla cercare una ragione per cui non ci si è limitati a dirne bene, quando si poteva e si doveva, è per via di quella vergogna che si prova quando si viene inchiodati con le spalle al muro dalla verità, perché a vederla così egregiamente raffigurata quella mediocrità ci si è resi conto che oltre che pittoresca, è anche tremendamente reale.
E invece fortunatamente altrove si è saputo apprezzare il lavoro di Sorrentino senza volerlo per forza guardare attraverso la lente del soggettivismo. Così dopo essersi meritatamente guadagnato, lo scorso dicembre agli European Film Awards, due Oscar per la miglior regia e per il miglior attore protagonista, “La grande bellezza” ha ricevuto oggi anche il tributo della stampa americana. Sorrentino riporta così a casa il primo Golden Globe per il migliore film straniero a 25 anni di distanza dal capolavoro di Tornatore “Nuovo Cinema Paradiso”. Un gran bel regalo per l’Italia; regalo, verrebbe da dire, immeritato.
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