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Teatro indipendente: tanto impegno, nostante la carenza di fondi e di spazi

Parla Roberta Nicolai, della Compagnia indipendente Triangolo Scaleno Teatro

Il 22 maggio 2007, durante una pausa nell’intensa programmazione di Teatri di Vetro, abbiamo chiesto a Roberta Nicolai, direttrice artistica del Festival e fondatrice della compagnia Triangolo Scaleno Teatro, di farci un quadro dell’attuale scena teatrale a Roma, partendo da Teatri di Vetro, la fiera mercato del teatro indipendente, una rassegna composta di più eventi rappresentati dal 17 al 27 maggio 2007 al Teatro Palladium, al Cantiere Teatrale e in altri luoghi del quartiere Garbatella.

“Questa manifestazione è nata con l’idea di costruire un momento di visibilità per gli invisibili, – spiega la Nicolai – che saltano dentro questo contenitore di vetro, un materiale che, come faceva notare anche il prof. Giancarlo Sammartano dell’Università di Roma Tre, è trasparente, fragile, ma anche resistente, tagliente. "

“L’obiettivo – prosegue la Nicolai – non è solo costruire una fotografia del territorio, ma anche mettere in connessione la produzione della scena contemporanea con gli operatori, i direttori artistici dei teatri e dei festival, nonostante sia difficile scalfire una disattenzione che dura da decenni. Il teatro è politica di per se stesso, è una questione di diritto agli spazi e alle risorse: la scena romana è florida, valida, smuove istituzioni sensibili come la Provincia (anche l’XI municipio si è interessato per questa iniziativa), merita di uscire dalla mediocrità a cui viene condannata per il mantenimento di uno status quo che produce solo un peggioramento qualitativo degli spettacoli”.

“La critica dei mezzi di stampa è spesso assente – incalza l’organizzatrice di Teatri di Vetro – più sorprendente è la nuova vitalità della critica online, una rete in cui si muovono meccanismi di riconoscimento e di scambio tra i portali”.

“Un altro problema è l’inaccessibilità agli spazi ufficiali, infatti queste compagnie non hanno la possibilità di esibirsi al Teatro India, e solo occasionalmente al Teatro del Lido. Il Comune di Roma sta sempre di più acquisendo teatri, (Teatro del Lido, Tor Bella Monaca, presto il Valle e il Quirino) accentrando potere nelle sue mani e inserendo direttori artistici privi di un legame con quel territorio (si parla di Massimo Ghini al futuro Teatro del Quarticciolo).
Il Vascello e il Colosseo erano teatri di ricerca, poi le somme sono state decurtate anno dopo anno e a teatri stabili come l’Argentina e l’India, nato come palcoscenico della realtà contemporanea, ora si entra solo tramite un rapporto privilegiato.
Tolti il Brancaccio e il Manzoni a cui gli incassi vanno bene, gli altri teatri privati faticano a sostenersi per mancanza di pubblico. Quindi la distribuzione e la circolazione della scena contemporanea sarà sempre più difficile e legata a piccoli spazi eletti come il Furio Camillo, il Rialto Sant’Ambrogio, gli unici che si interfacciano con questa scena.
Negli ultimi anni solo la stagione dell’Angelo Mai ha creato meccanismi di sostegno per decine, forse centinaia di spettacoli. Il Rialto anche con meno spazio ha sostenuto alcuni percorsi artistici in maniera più isolata.”

Ci può fare una breve storia della Compagnia Triangolo Scaleno Teatro?

“Come compagnia il Triangolo Scaleno Teatro (www.triangoloscalenoteatro.it) esiste dal 1991, ma solo nel 2000 si è ottenuto una struttura stabile di riferimento.
Fu l’Eti il primo referente istituzionale: nel 2001, mentre recitavano L’Orlando Furioso nella scuole, ci definì teatro di ricerca. Personalmente ho scelto di fare teatro: attraversato e in ascolto della contemporaneità, approdi a determinati linguaggi, ma dietro non c’è la scelta di agganciarsi a un’avanguardia.
Nel 2003 siamo entrati nel collettivo di un’occupazione: nella notte del 17 ottobre 2002 una street parade partì da San Lorenzo, passò per la tangenziale e arrivò in via di Portonaccio, in un capannone industriale che era stato deposito editoriale e che sarebbe diventato lo Strike. Si pensava di restare tre giorni, invece siamo restati tre anni.
Quando hai uno spazio di riferimento, puoi lavorare sulle tue produzioni in una logica ben diversa, hai un risparmio di tempo e di economie enorme e ben presto vieni intercettato da tutta una serie di realtà sul territorio. In due o tre mesi abbiamo autoprodotto la prima rassegna finanziata dall’Eti, fu l’occasione per trasformare in poco più di un mese lo spazio dello Strike in una sala teatrale: abbiamo controsoffittato per risolvere i problemi di acustica, creato staffe laterali per gli attacchi delle luci, dipinto di nero lo spazio scenico e creato le pseudo gradinate per il pubblico. Era sulle Resistenze, dedicato a maestri come Rem e Cap e Marco Solari, punti di riferimento della ricerca romana, e alle giovanissime compagnie che resistono quotidianamente nonostante la totale disattenzione delle istituzioni e alla totale mancanza di qualunque forma di risorsa di sostentamento e, più genericamente, di attenzione per la produzione della scena contemporanea.”

Come siete approdati al Palladium nel 2006?

“Da un primo monitoraggio, effettuato nel 2005 grazie ad un bando provinciale per attività culturali, sono emerse 150 compagnie teatrali indipendenti (dall’indagine sono state escluse quelle ‘amatoriali’), confluite in un doissier, un video, tracciando delle interviste, spazi di riferimenti. Poi è stato chiesto alla Provincia di rendere pubblici i risultati in un convegno che si ponesse come obiettivo di rimettere in discussione la politica culturale di questa città. Questo convegno è stato poi fatto nel 2006 al Palladium ed ha rimesso in moto tutta una dialettica, un dibattito vivo sulla politica culturale.”

Quali soluzioni per aiutare queste compagnie proporrebbe alle istituzioni?

“I piccoli bandi pubblici forniscono solo fondi parziali che snaturano il percorso culturale delle compagnie senza garantire la continuità della produzione artistica. Il vero problema è l’inesistenza a Roma di spazi pubblici, che non siano quelli occupati; occorre un’interfaccia ufficiale che possa destinare anche temporaneamente uno spazio per poter produrre, come invece accade in altre città europee. Gli spazi rimangono vuoti, affidati a lobby che hanno già deciso diversi anni fa come distribuirseli.”

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