The Father. Nulla è come sembra

“Non faremmo bene a convenire che, dal punto di vista psicologico, il nostro atteggiamento nei confronti della morte, quale deriva dalla nostra vita civilizzata, va oltre le nostre forze, e che per noi sarebbe meglio fare astrazione da questo atteggiamento e piegarci di fronte alla verità? Non faremmo bene ad assegnare alla morte, nella realtà e nei nostri pensieri, il posto che le si addice ed a prestare un’attenzione sempre maggiore al nostro atteggiamento inconscio nei confronti della morte, che invece siamo sempre occupati a reprimere con tanta accuratezza?” (S. Freud, Caducità, 1915).

THE FATHER (sottotitolo: Nulla è come sembra). Film visto ieri sera al cinema Caravaggio. La regia è di Florian Zeller, autore di teatro (sua è infatti la pièce originale da cui è stata tratta la sceneggiatura che, tra l’altro, è stata premiata con un Oscar) alla sua prima esperienza, superlativa direi, di regia cinematografica.

Con attori del calibro di Anthony Hopkins (il secondo Oscar, come miglior attore protagonista), nella parte dell’anziano protagonista Anthony, malato di Alzheimer e nel crepuscolo della sua esistenza, e di Olivia Colman, sensibile coprotagonista (ma anche antagonista) nel ruolo di Anne, una figlia amorevole, angosciata e, nello stesso tempo, svuotata di energie per l’enorme quotidiana fatica di dover accudire un padre che sta perdendo le coordinate della realtà, il risultato non poteva essere altrimenti che questo capolavoro, la cui visione non può lasciare indifferente nessuna persona in possesso di un’anima preoccupata per la propria salute e per quella dei propri cari.

È la storia, breve e intensa, di una sofferenza indicibile, che sconvolge la vita di due persone, padre e figlia, ambedue alle prese con una realtà, interiore ed esteriore, che non è più la stessa, perché trasfigurata, deformata e manipolata da una mente in cui si aprono, giorno dopo giorno, vuoti e lacerazioni non più rimediabili; due persone che si amano ma che sospettano di essere continuamente e reciprocamente ingannati. Ed è anche la storia di una vita che dilegua, di una vita che sente angosciosamente l’approssimarsi e il diffondersi, nella mente e nella memoria, di quell’oscurità che precede il nulla della morte. Di una vita che lo stesso protagonista paragona ad un albero che, pian piano, va perdendo rami e foglie.

Questa storia non poteva che svilupparsi, con modalità claustrofobiche, nell’interno di una casa (e nell’interno di un ospizio per anziani) nella quale spariscono, all’improvviso, tanto le cose (gli oggetti più cari, come l’orologio di Anthony, l’anziano protagonista) quanto le persone, nella quale la stessa persona può tramutarsi in un’altra già scomparsa da anni, oppure sdoppiarsi, assumere le vesti e il volto di un medico e/o di un immaginario amante della figlia Anne.

Immobilità, voci che irrompono in spazi vuoti, parole e conversazioni che si ripetono, primi piani di sguardi attoniti, sgomenti e silenziosi, sospesi nell’attesa di risposte a domande evocative di un passato che rifluisce dai recessi più profondi e nascosti della psiche …. è un film che – facendo anche leva sui toni autunnali e crepuscolari della fotografia, e su una colonna musicale (frutto magnifico del nostro Ludovico Einaudi, sempre più a suo agio nel suo ruolo di autore di musica per film) che sottolinea le vertigini e le cadute e i vuoti che irrompono nella mente di Anthony – suscita un’inquietudine impalpabile che si protrae per tutti i 97 minuti della sua durata, riempiendo tuttavia lo spettatore di quella soddisfazione e di quel sottile piacere in grado di riconciliarlo, una volta di più, con l’arte cinematografica.


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