

Baracche di extracomunitari in parchi, giardini e aree verdi del X Municipio
Li vedi uscire la mattina, uomini e donne, dal rudere fatiscente del vecchio casale al centro del parco di Largo Masia a Piscine di Torrespaccata. Tanti anni fa era la stalla dei cavalli e il deposito delle carrozze delle produzioni cinematografiche di Cinecittà.
Vanno al lavoro. Qualche donna con il fazzoletto intorno alla testa, caratteristico dell’est europeo, spinge la carrozzina che, al ritorno, sarà carica di cose trovate tra i rifiuti dei cassonetti o di un poco di spesa. Sono gentili, salutano sempre chi incontrano. E’ un saluto educato, ma timoroso, di chi sente il bisogno di doversi ingraziare l’interlocutore e quasi scusarsi per l’occupazione della catapecchia dai muri pericolanti. Sono attenti a non recare disturbo per paura di essere cacciati. Vivono in molti fra quelle mura. Alcune famiglie, molti bambini che ti guardano con grandi occhi spauriti. Solo la vicina parrocchia di S. Maria D. Mazzarello dà loro un sostegno. Già due o tre volte i vigili del fuoco sono dovuti intervenire per piccoli incendi innescati, forse, dai fornelli alimentati con bombole a gas. Il pericolo di crolli, di nuovi incendi è sempre in agguato. Per chi passa davanti al casale è difficile vedere all’interno. Tele e teloni appesi alla recinzione violata impediscono di scorgere, ma non di immaginare la situazione di degrado e promiscuità in cui quelle persone vivono. Loro preferiscono non far vedere, per ritegno o per paura che qualcuno possa sollecitare l’ennesimo sgombero che li ridurrebbe sulla strada.
Ma non sono solo questi gli immigrati che occupano ricoveri fatiscenti dentro giardini, parchi, aree verdi. Ormai li trovi nel pratone di Torrespaccata, lungo i bordi di Via Procaccini e negli anfratti dei prati a Cinecittà est, nelle baracche dentro gli orti abusivi del parco degli Acquedotti. E’ il popolo degli extracomunitari. Uomini e donne, a volte intere famiglie con bambini piccoli, che stanno in sovraffollamento disumano dentro catapecchie di cartone e latta da cui, i più, escono la mattina presto per andare a lavorare in nero, sottopagati, sfruttati, con il ricatto di un permesso di soggiorno che molti non hanno.
Sono persone che il nostro rutilante benessere ha richiamato dall’Asia, dall’Africa, dall’America latina per fare quei lavori che noi italiani non vogliamo più fare. Sono gli operai che stanno nelle nostre fonderie, sono gli indiani che accudiscono le nostre mucche, i rumeni che costruiscono le nostre case, gli africani che mandiamo a stendere lenzuola piene di mercanzie taroccate sui nostri marciapiedi o che, ai semafori, lavano i vetri delle nostre macchine, gli sguatteri e i cuochi egiziani che fanno funzionare le cucine della nostra ristorazione, le donne russe, latinoamericane, filippine ecc. che accudiscono i nostri vecchi e che puliscono le nostre case. Sono in tanti a non avere una casa dove dormire, lavarsi, cucinare. Per questo cominciano ad occupare i nostri parchi, i nostri giardini, i nostri ruderi fatiscenti. Fra loro, nell’oscurità della promiscuità e del degrado, si nascondono anche i pochi connazionali malavitosi dediti al furto e allo spaccio di droga.
Roma è cresciuta economicamente in questi anni. Il sacro mostro del Pil (Prodotto interno lordo) romano ha divorato alcuni punti percentuali in più, mentre tutti gli indicatori economici dell’Italia governata da Berlusconi presentavano il segno meno di un malinconico declino. E’ cresciuto il turismo, è cresciuta l’attività edilizia, che in verità aumenta sempre anche quando le altre attività sono in recessione, è cresciuto il commercio, sono cresciute la vecchia e la new economy. Veltroni è contento, sono contenti gli imprenditori e i costruttori, anche i cittadini, stando ai risultati delle recenti elezioni, hanno apprezzato. E’ il ‘’modello romano’’ dicono amministratori, politici, giornalisti. Ma il risvolto di questo ‘’modello’’ sono anche queste catapecchie dei nuovi ‘’miserabili’’ che questa società romana in crescita non riesce pienamente ad integrare. Ai quali non riesce a dare una casa dignitosa. Si stendono reti metalliche attorno alle aree verdi per impedirne l’occupazione, ma vengono facilmente recise. Non ci si difende dai problemi dell’immigrazione innalzando barriere artificiali. Dare una casa a tutti e subito non è facile. E allora bisogna trovare soluzioni dignitose con effetto immediato.
Il Comune e i Municipi interessati da questo fenomeno dovrebbero procedere rapidamente all’inventario di edifici pubblici non utilizzati, ristrutturarli rapidamente per farne abitazioni modulate per famiglie e singoli. Si dovrebbe subito, per esempio, allestire delle aree con i container e i servizi dove sistemare in accoglienza provvisoria quelli che dormono nei ricoveri di latta e cartoni. Insomma fare un piano che affronti complessivamente, anche se con le necessarie gradualità e differenziazioni, questo problema sociale, che è anche sanitario e di ordine pubblico, e non limitarsi ad innalzare reti e muri che alla lunga si rivelano inutili. Dare un ricovero dignitoso a chi viene per lavorare e contribuisce alla crescita, non solo economica, del nostro Paese non è soltanto un dovere morale, ma un interesse di salute pubblica perché riduce l’area della promiscuità, della clandestinità e dell’illegalità, da sempre cortine fumogene protettive del malaffare. Extracomunitario significa persona proveniente da paesi fuori della comunità europea, non può segnare, invece, una condizione di permanente emarginazione dalla comunità civile. Dare a questi lavoratori un’abitazione è un dovere di civiltà. Anche il signor Pil ne sarebbe contento.
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