

Strumento decisivo per la conquista del voto di ‘’preferenza’’.
Il vero dominatore della campagna elettorale aministrativa è stato il colesterolo circondato da una torma di trigliceridi danzanti. Campo di battaglia sono state le cene, i pranzi e le colazioni elettorali convocate dai candidati che fra un piatto di rigatoni e una bistecca al sangue, tra un tramezzino e un rustico, tra un abbacchio scottadito e una trippa alla romana, hanno cercato sua maestà la ‘’PREFERENZA’’.
Altro che i bei comizi di una volta, i volantinaggi porta a porta, gli incontri di caseggiato dopo i quali, alla fine della campagna, il candidato si ritrovava magari non eletto ma certo in pieno peso forma. Oggi è tutta un’altra musica. Dei sostenitori non devi soddisfare le menti o conquistare gli animi ma gli stomaci. E allora la battaglia diventa rischiosa assai. Il cardiopalmo lo rischi non per lo stress emotivo ma per l’accumulo di grasso nel sangue. Il picco che conta non è quello dell’ascolto TV, assillo dei leaders nazionali, ma quello glicemico. I duelli non sono oratori ma di forchette e cucchiai. Gli inni non sono più ‘’Bianco fiore’’, ‘’Bandiera rossa’’, ‘’l’Internazionale’’, ‘’l’Inno di Garibaldi’’ ma senti sovrastare, a reti unificate, la ‘’società dei magnaccioni’’.
E tutto per l’agognata ‘’preferenza’’. Una ricerca spasmodica in cui il concorrente più pericoloso non è il candidato del partito avverso, ma il collega di lista. Per la ‘’preferenza’’ entrano in crisi amicizie che sembravano inossidabili, comunanze politiche collaudate da antiche battaglie, persino affetti di familiari e consanguinei non disposti a votarti. La campagna elettorale invece di un confronto su programmi fra partiti o coalizioni diventa una guerra civile fra candidati di un medesimo partito. Ci si guarda in cagnesco fra colleghi e compagni di partito, mentre si è distesi e amichevoli con i candidati del partito avverso perché questi non minacciano la tua ‘’preferenza’’.
E poi i soldi. Ce ne vogliono tanti per essere eletti con il sistema della preferenza unica. Molte decine, per non dire centinaia, di migliaia di euro. Manifesti, locandine su giornali e giornalini, camper in giro con la faccia dei candidati, depliants, bigliettini, detti ‘’santini’’, con simbolo e nome per la ‘’preferenza’’, cene, pranzi, colazioni, benzina, gadgets ecc. richiedono un mucchio di soldi. I partiti non li hanno. Si limitano in modo molto chiuso e poco partecipato a formare le liste che, di solito, sono fatte da poche persone capicorrente o capicordata. Ma l’elezione è condizionata dal potere del denaro e da chi ce l’ha e l’investe su candidati i quali, poi, più che agli elettori e ai partiti saranno condizionati a rispondere a chi ha finanziato la loro elezione. La selezione la fanno per gran parte i cosiddetti poteri forti.
E’ così che cambia la qualità della democrazia che vede sparire sempre più dai suoi scranni rappresentativi a tutti i livelli i cittadini ‘’capaci e meritevoli anche se privi di mezzi’’, cioè operai, lavoratori precari, casalinghe, impiegati, studenti, e aumentare medici, avvocati, commercianti, professionisti, imprenditori oppure persone che fanno politica per professione. La Costituzione è sostanzialmente violata là dove recita al secondo comma dell’art. 3 ‘’E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese’’.
La democrazia attraverso questo crescente processo plutocratico si fa sempre più borghese.
Una volta erano i grandi partiti popolari, con tutti i loro limiti e difetti, e la fitta rete delle associazioni economiche, sociali, culturali e sportive ad essi collegate a far sì che le classi popolari trovassero una certa rappresentanza anche di natura sociale nelle istituzioni. Oggi i partiti sono deboli culturalmente, permeabili ai condizionamenti dei grandi poteri economici, dominati dalle chiusure del ceto politico. Questa funzione non riescono più ad esercitarla. I partiti più grandi cercano, nei casi migliori, di rappresentare ‘’politicamente’’ i ceti popolari, in quelli peggiori di solleticarne gli istinti più bassi attraverso un populismo becero, incolto, eversivo che si affida sempre a qualche uomo o cavaliere ‘’della Provvidenza’’. I partiti più piccoli, quando non sono ideologicamente anacronistici lucratori di nicchie di memoria storica, sono piccole formazioni a carattere personale e familiare, scialuppe a disposizione di tutti i trasformismi.
Le radici di questa regressione politica, sociale e culturale, sono profonde. Il processo viene da lontano. Il neoliberismo globalizzatore che nell’ultimo trentennio ha rivoluzionato l’economia mondiale, aumentato a dismisura le forze produttive, messo alle corde gli equilibri ambientali, le protezioni sociali, la forza e la dignità dei lavoratori, la sovranità effettiva degli stati nazionali, sconvolto valori ideali e culturali ha abbassato di molto anche la qualità della democrazia e della politica. Non adeguatamente analizzato e contrastato dalle forze progressiste ha prodotto più colesterolo e meno partecipazione.
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