

Da tempo si avvertiva, nell’area del Municipio Roma 6, una strana tensione e un senso opprimente di oscura minaccia. La paura e l’incertezza per le sorti della sicurezza e della civile convivenza stentavano però a materializzarsi in una figura ben definita, alla quale si potesse, a buon diritto, attribuire precise responsabilità e nella quale si potesse individuare la vera causa di così grave stato d’inquietudine collettiva. Qualcuno aveva provato a dare volto a questo “spettro”, a quest’incombente e ingombrante ma anche invisibile presenza; varie ipotesi erano state via via formulate e poste come oggetto di pubblica discussione: la mafia, la camorra, la banda della Magliana, la banda della Marranella, la famigerata Banda Bassotti, una scheggia impazzita delle Giovani Marmotte, Pippo, Pluto, Paperino … Ma tutte queste supposizioni si erano rivelate, ben presto, di esile consistenza. Finalmente, un bel giorno assolato di autunno inoltrato, la popolazione del Municipio Roma 6 ha appreso, da succosi articoli pubblicati nelle pagine di cronaca romana di quotidiani nazionali (Vedi L’Unità e Repubblica di domenica 14 novembre), che il colpevole di una sì grave situazione di diffusa angoscia aveva un nome ed un volto, e financo un luogo circoscritto di temporanea e periodica epifania (sinonimo desueto di: apparizione, manifestazione, rivelazione). Si trattava di un giocatore di cricket, di nazionalità bangladese (o bengalese che dir si voglia), che aveva l’insana abitudine di materializzarsi, dal 1998 circa, tutti i santi sabati e tutte le sante domeniche, nel parco di Villa De Sanctis, scegliendo le ore più luminose della giornata (davvero bizzarro per uno spettro!), in mezzo a famigliole festanti, donne vestite con policromi e appariscenti abiti orientali, e una quantità incredibile di bambini dediti, pensate un po’, a giochi da bambini. Subdolo in maniera diabolica, questo giocatore di cricket: mimetizzarsi in mezzo alla folla meno appariscente per spargere i suoi semi avvelenati che, una volta attecchiti, avrebbero senz’altro provocato rivolte al cui confronto quelle della banlieu parigina sarebbero apparse dei giochetti puerili per bambini un po’ vivaci. Ma, per fortuna, lo spettro non aveva fatto i conti con i nostri solerti consiglieri municipali, uno dei quali, il “cofferatiano” (sua è l’autodefinizione, ma sinceramente il senso di essa ci rimane del tutto oscuro) Massimo Piccardi, accortosi delle sue ben velate trame, le denunciava alle Autorità preposte alla vigilanza sull’ordine pubblico nei parchi: i Vigili urbani del VI Gruppo. Questi ultimi, prontamente intervenuti, assumevano, con grande giubilo popolare, l’unica e doverosa misura atta ad eliminare, una volta per tutte, la minaccia: la proibizione assoluta e permanente del gioco del cricket, giudicato (giustamente) il più grande pericolo per la civile convivenza tra tutte le comunità presenti nel territorio. E così, dopo il rifiuto, opposto nell’aprile scorso, alla concessione di Villa Gordiani a far festeggiare il capodanno bengalese in quel parco, adesso giunge, col pieno consenso delle masse, anche questo nuovo tabù: basta col cricket bengalese a Villa De Sanctis. La comunità bengalese, la più numerosa e pacifica presente nel territorio municipale, la più integrata nel tessuto sociale, economico ed educativo, è però (ma non sappiamo spiegarcene la ragione) perplessa, attardandosi, pensate un po’, a rivendicare uno spazio nel quale giocare a cricket. Incredibile: sarebbe come se la comunità giovanile italiana rivendicasse uno spazio per giocare al calcio! Che pretese …
Francesco Sirleto
Le foto presenti su abitarearoma.it sono state in parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che le rimuoverà.