

Polemica tra il Presidente del X Municipio Sandro Medici e il Campidoglio
Se c’è una cosa di cui tutti i cittadini si lamentano nei nostri quartieri di periferia è l’imbrattamento dei muri.
Da quando ci sono le bombolette spray è tutto un fiorire di scritte. C’è chi stampa sul muro la sua dichiarazione d’amore, chi il disprezzo e il suo odio per l’avversario politico di destra o di sinistra e per la Polizia, chi, e sono i più, esalta la squadra del cuore o insulta quella avversaria. Ci sono anche ‘’graffiti’’, soprattutto sui muri ampi di qualche opificio e sui vagoni della metropolitana che a volte ne coprono anche i finestrini impedendo alle persone, quelle anziane soprattutto, di capire il susseguirsi delle fermate.
Rari sono gli affreschi veramente apprezzabili, i cosiddetti ‘’murales’’, che abbelliscono qualche disadorna e triste recinzione di deposito, di fabbrica o di azienda di periferia. Poi, su tutti i muri, anche di palazzi ripuliti e restaurati o sugli spazi fra i negozi, fioriscono segni incomprensibili ai più, ma che non sono altro che ‘’tag’’, ovvero firme dei cosiddetti writers che comunicano tra loro messaggi e passaggi.
Al centro di Roma il fenomeno è combattuto con energia e con qualche risultato perché ne vanno di mezzo monumenti ed edifici storici. In periferia, invece, la ‘’tag’’ fiorisce indisturbata e il writer (scrittore) impazza allegramente.
Il Campidoglio ha lanciato una campagna per combattere il fenomeno che costa al pubblico erario e ai privati cittadini diversi milioni.
A difesa dei writers, quasi sempre giovani ragazzi, è sceso in campo il Presidente del X Municipio Sandro Medici che ha ritenuto eccessiva la denuncia e l’incriminazione nei giorni scorsi, dopo un blitz dei carabinieri, di 21 ragazzi come se si dovesse – ha detto –‘’debellare una banda di criminali’’. Per Medici ‘’la ventilata decisione del Comune di Roma di costituirsi parte civile ha il sapore di una odiosa rappresaglia’’. Qui ci è apparso, incredibilmente, il buonista Veltroni che, vestito da nazista, ordina: ‘’dieci ragazzi per una tag’’. Quando invece il Presidente ci ha rammentato che ‘’L’arte nella storia ha spesso vissuto grandi contrasti e grandi incomprensioni e le disavventure, perfino le persecuzioni, di grandi artisti ne sono testimonianza’’ subito il pensiero è volato a Siqueiros, grande artista messicano maestro del murales, comunista e rivoluzionario. Ma anche alla scuola newyorkese di Jasom Crum, a quella parigina di Morellet, di Hammers ad Amsterdam, ecc.
Un pensiero, però, che si è subito ritratto quando abbiamo pensato ai muri di Via Tuscolana che, con tutta la buona volontà, non riusciamo a non definire ‘’imbrattati’’ da scritte incomprensibili spesso insultanti. Oppure ai portici di Piazza Don Bosco, appena ripuliti e imbiancati, e ora deturpati da scritte oscene e incivili.
E infatti anche il Presidente Medici, in un soprassalto di realistica saggezza, dice di capire ‘’quanto sia difficile interpretare come arte le innumerevoli tag che affollano l’immensa e opaca muraglia che compone la morfologia della nostra città’’.
Non è difficile, è impossibile, perché di artistico non c’è proprio alcunché. C’è solo un fenomeno che appartiene al disagio metropolitano, giovanile, ma non solo, che va affrontato con la necessaria severità differenziando, educando, offrendo alternative a chi vuole abbellire o gridare la sua protesta militante, ma anche punendo con pene riparatrici (ripulitura di ciò che si è deturpato) chi danneggia un bene non suo.
L’opaca muraglia di periferia non diventa più bella e sopportabile con le tag. I muri dei palazzi, colorati e riaffrescati a spese dei condomini, non acquistano vivacità con le scritte volgari. Questo florilegio di scemenze scritte e disegnate non alleggerisce ma ribadisce e appesantisce il degrado delle periferie.
Che poi venga trattato – come dice autorevolmente Medici – nei ‘’manuali di arte contemporanea’’ come ‘’evoluzione dell’espressività artistica’’ ci fa venire in mente un’indimenticabile scena di un film di Totò che al grido di ‘’l’arte va premiata’’ faceva accomodare sulla sedia l’artista di un incomprensibile quadro, gli apponeva un tovagliolo attorno al collo, gli domandava se ci vedesse bene nell’occhio destro e al suo ‘’sì’’ gli sputazzava il bulbo oculare.
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