

Con il romanzo “La rossa stella alpina”, domenica 21 settembre 2025, presso l’hotel “Enea” di Pomezia (RM)
La serata di domenica 21 settembre 2025 è stata animata, presso l’hotel “Enea” di Pomezia (RM), dalla premiazione dei vincitori della VI edizione del festival “Le parole di Lavinia”, premio letterario dedicato al genio femminile.
È da un bel po’ che il Centro studi “femininum ingenium”, diretto con passione e dedizione da Roberta Fidanzia, ha scosso il mondo culturale non solo al femminile riscuotendo il consenso unanime di un vasto pubblico di studiosi, appassionati e curiosi.
Il concorso si radica profondamente nel territorio pontino richiamando la figura di Lavinia, sposa di Enea e figura chiave nella storia dell’Eneide, perché darà vita alla progenie romana futura. Con una particolarità: nell’epopea virgiliana tutti parlano, tutti dicono, ma di Lavinia si conoscono solo le emozioni, si sanno solo i silenzi, come afferma in un’intervista su youtube Roberta Fidanzia.
In quest’ambito così particolare, così potente e arcano è stato dato il primo premio ad un romanzo in qualche modo inusuale, proprio per i silenzi di Angelica la protagonista che però anticipano in nuce la rivoluzione femminile del ‘900. “La rossa stella alpina” di Cornelia Scillia narra di avvenimenti fortemente connotati da vicende di vita vissuta ma che alla fine confluiscono e si dipanano spietatamente in una severa condanna delle istituzioni che hanno codificato privilegi e soprusi ancora duri da estirpare.
Il romanzo narra di due guerre: una mondiale, quella del 1915-18 che, anche se alla fine fu vinta, ebbe una tragica Caporetto e battaglie con perdite immani di vite umane di risorse e, a latere, una guerra familiare con la sconfitta di un amore, di un grande amore, non solo di Angelica ma anche di Goffredo il coprotagonista. E qui sta la grande intuizione di Cornelia Scillia: mentre la sconfitta di Goffredo finisce nell’oblio in una implicita condanna senza appello, la sconfitta della donna, raccontata con singolare asciuttezza nelle ultime righe finali, è da annoverare – come si legge nella prefazione – tra i prodromi di quello sviluppo faticoso che ha costituito la vera ed unica rivoluzione positiva italiana ed europea del XX secolo, cioè quella dell’emancipazione femminile.
Una rivoluzione preziosa che ha obbligato gli uomini occidentali a guardarsi scomodamente dentro, a mettere in discussione i propri comportamenti, i propri privilegi patriarcali, costringendoli alla ricerca di nuovi e inediti equilibri. Il femminismo non è pertanto una rivalsa ma solo desiderio di giustizia.
La reazione di Angelica allo smacco subìto lascia stupefatti: semplicemente non parla, non ha una reazione eclatante, plateale. La sua rassegnazione, resistente e resiliente, è la stessa delle eroine del romanzo Greta, Marie Anne, delle portatrici carniche della prima guerra mondiale, della Rosin cui è negato l’amore di Ciro e la futura vita con lui perché una pallottola nemica ha messo fine ai suoi sogni. La rassegnazione di Angelica che inizia un nuovo percorso di vita, seppur detestato, ha la stessa forza del colpo di pistola sparato dalle mani della chimica Clara Himmerwahr alla propria testa per non essere complice dei criminali di guerra con a capo suo marito come è raccontato nel romanzo.
Le donne dunque sanno aspettare, esse sono forti anche di un’etica di responsabilità. C’è una bellissima poesia della scrittrice britannica Cristina Rossetti. Pochi versi, brevissimi ma utili al nostro discorso: “Chi ha visto il vento? / Né tu né io. / Ma le foglie stanno tremando, / È il vento che passa. Chi ha visto il vento? / Né tu né io. / Ma quando gli alberi chinano il capo, / Il vento li attraversa”. Qual è la forza che sta dentro il vento? Christina Rossetti non dice, non spiega, lasciando l’interpretazione al lettore: Dio, l’amore, l’anima? Come per gli alberi, il chinare del capo di Angelica è il segno che il vento sta soffiando. Quel vento scuoterà gli alberi e i suoi semi andranno lontano, molto lontano; poi, come avviene nella saggezza della natura, verrà la pioggia e farà attecchire alla terra quei semi con artigli formidabili che non si vedono (quante cose non vediamo, quante cose non sappiamo, quanti miracoli quotidiani ci sommergono) e poi ancora con i baci del sole porteranno frutti.
Tra i molti meriti che vanno attribuiti a Cornelia Scillia, non per ultimo, va rimarcata la semplicità. “La rossa stella alpina” si caratterizza, quasi a colpo d’occhio, per chiarezza di idee, di pensiero, di esposizione, come magnifico dono al lettore. Quasi un’estetica della scrittura che diventa uno stile, una disciplina mentale che l’autrice impone a se stessa ma inconsapevolmente impone positivamente anche a chi legge generando altra cultura. Un piccolo capolavoro.
Grati a femininum ingenium per aver non solo individuato ma anche riconosciuto il valore di un’opera di grande rilevanza con un premio letterario altamente qualificato.
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