

I tifosi giallorossi si confrontano sulle scelte della società e sul futuro della squadra
Contrordine: “la Roma è da rifondare”. Quella che fino a ieri era per il grosso pubblico una squadra degna di essere in vetta al calcio europeo, di colpo, per la squadra di Spalletti, è l’ora di tirare una riga e andare a “punto e a capo, cominciando intanto a svecchiare la rosa dei giocatori”.
Delle due l’una: o era sbagliato il primo giudizio o è errato il secondo.
Lo stesso vale per l’allenatore: ieri santificato, oggi criticato pesantemente (la scelta di Cassetti difensore centrale per marcare Gilardino vale la condanna per molte altre).
Per chi ha seguito, però, in questi anni con spirito critico e non fazioso la conduzione dirigenziale e tecnica, come quella della squadra in campo, riteniamo che qui non ci troviamo davanti al classico fulmine a cielo sereno. Le nubi e i venti che all’orizzonte facevano intravedere, in tempi non sospetti, limiti strutturali della squadra, è ora diventata tempesta che si abbatte su una squadra che rimane ancora una provincia dell’Impero calcistico.
Gli evidenti limiti fisici e tecnici di alcuni giocatori; la colpevole assenza della Società (meglio, della famiglia Sensi, di questo si tratta) nella direzione e nella gestione della AS Roma; le evidenti carenze del suo allenatore in fatto di “lettura” a caldo di alcune partite e delle difficoltà che il tecnico incontra ad impostarle correttamente in corso d’opera, avevano già fatto intravedere tra gli osservatori attenti più di una preoccupazione sul futuro della società.
Senza pretendere di essere esaurienti, ci sembrano però queste le questioni calde da affrontare nel dibattito che si sta scatenando tra i tifosi giallorossi in questi giorni: Società, allenatore, squadra.
Andiamo con ordine.
La Società (chi l’ha vista?)
C’è voluto l’ultimo arrivato, per giunta un giocatore: Batista, per affermare coraggiosamente una cosa che pure un bambino direbbe. Una Società vera deve essere composta di manager e di tecnici capaci, non di una struttura familiare, per quanto famosa possa essere, come la dinastia dei Sensi.
L’ultimo ingresso, nel Consiglio di Amministrazione, persino del marito di Rosella dopo quello della madre e delle sorelle, non ci pare infatti che abbia introdotto alcun valore aggiunto, anzi.
Si dirà: ma la società pratica l’autofinanziamento, quindi non può investire né promettere il paradiso, visti i debiti che la controllante Italpetroli (51%) ha con Unicredit (49% di Italpetroli).
Bene, ma intanto lo si dica chiaramente che non c’è trippa per gatti. I tifosi non possono essere presi in giro con vaghe promesse di rilancio.
Ma anche se fosse quella dell’autofinanziamento la prospettiva futura, a maggior ragione si dovrebbe fare una politica lungimirante per fare entrare più soldi in cassa, ad esempio intervenendo sul marchio “Roma”, oppure essere più oculati sulle spese d’acquisto dei giocatori e soprattutto sul loro reale valore in campo.
Nulla di tutto questo. Ai tifosi non resta allora che assistere alla vendita dei pezzi pregiati del parco giocatori per la probabile uscita dall’area Champion (quarto posto in campionato).
Anche la costruzione di un proprio stadio, segno tangibile questo sì di una squadra che vuol fare le cose sul serio, dovrebbe essere un obiettivo strategico della Società. Invece, anche su questo, non esiste neppure un progetto da presentare.
La Società è dunque dolosamente silente. Non c’è comunicazione. Ma siccome un importante postulato della scienza comunicativa dice che “non si può non comunicare”, la realtà è che si sta così comunicando confusione e dabbenaggine. Il povero Spalletti è lasciato solo a gestire il rapporto con l’esterno, malgrado Rosella Sensi sia la Presidente e ricopra anche la carica di vice presidente della Lega Calcio.
L’Allenatore e l’apparato tecnico-medico
Domandiamo intanto ai nostri lettori-tifosi: credete che tutti gli infortuni ai giocatori che hanno rovinato il cammino della squadra in questo campionato siano dovuti alla jella o al caso?
Ormai non ci sono dubbi: essi hanno origine da una pessima preparazione atletica precampionato e da una infausta gestione della direzione sanitaria, compreso il fatto che si è colpevolmente accelerato il rientro in campo di giocatori non ancora pronti per farlo, Totti fra i tanti.
Capitolo Spalletti.
C’è una formula magica che lo ha portato sull’olimpo della tifoseria: 4-2-3-1. E’ il famoso modulo che ha incantato col bel gioco tutta Europa. Ma, ad onor del vero, questa tecnica fortunata di gioco non è stata una scelta dell’allenatore, bensì è stata una scelta obbligata. Spalletti, infatti, nel 2006 trovandosi ad un tratto del campionato con tutti gli attaccanti infortunati, fu obbligato a mettere Totti una punta. La classe di quest’ultimo, insieme alle incursioni di Perrotta, alla qualità tecnica di Taddei sulla fascia destra, fecero poi la fortuna della Roma. Ma quel modulo non fu, lo ripetiamo, una scelta autonoma di Spalletti. E’ stata una botta di…fortuna.
A parte questo, Spalletti ha manifestato ripetute incertezze e scelte confusionarie, oltre che sbagliate, nella scelta di alcuni cambi e impostazioni di gioco a causa di una sua peculiare incapacità a “leggere” le partite in corso d’opera. Cioè ad interpretare alcuni momenti salienti di un incontro (esempio: una espulsione, un cambio di tattica, una sostituzione, lo stato del terreno di gioco) per modulare le mosse riparatrici in relazione alla diversa situazione che si presentava sotto gli occhi. Salvo una breve parentesi del cosiddetto “rombo”, infatti, il trainer è rimasto rigidamente attaccato al solito 4-2-3-1, anche quando ha giocato senza giocatori esterni di fascia.
Quest’anno, poi, la difesa della Roma ha, al momento, incassato ben 52 gol. Troppi. Non è il Cassetti di turno messo colpevolmente centrale contro la Fiorentina ad averne la responsabilità. Anche con i centrali doc Mexes e Juan si prendevano gol con facilità. Anzi, si subivano gol anche a difesa piazzata. La squadra, insomma, ha mostrato che quando non possiede la palla e si difende nella propria metà campo, balla e si disunisce. E su questo difetto strutturale, che non è di oggi, Spalletti non è intervenuto per eliminarlo.
Diciamo subito che, ormai è chiaro come il sole, Spalletti oggi non vede l’ora di andarsene (senza rimetterci i soldi, possibilmente). L’ha fatto capire in tanti modi. Anche lui ha infatti capito che un ciclo è davvero finito.
Lo capirà anche la Società? Passerà la mano a nuovi compratori capaci di investire? La piazza lo vuole fortemente. La situazione oggettiva di crisi e di debiti lo richiede altrettanto.
La squadra.
Su questo delicato e ancora impopolare argomento rimandiamo ad un nostro precedente articolo:“Totti, Totem e Tabù”, pubblicato sempre su questo sito prima che scoppiasse la crisi. Rimaniamo della stessa posizione (tifosi permettendo) di operare una radicale svolta nella rosa dei giocatori.
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