Il paesaggio è un bene comune. L’ambiente nel mirino di chi vuole smantellare il pubblico

Una lettura di Asor Rosa attenta del male (molto) e del bene (albeggiante) nella situazione dei beni comuni. Con postilla, da la Repubblica, 20 dicembre 2008
da eddyburg.it - 21 Dicembre 2008

Una lettura di Alberto Asor Rosa come al solito attenta del male (molto) e del bene (albeggiante) nella situazione dei beni comuni. Con postilla, da la Repubblica, 20 dicembre 2008

È difficile far finta che il problema ambientale e dei beni culturali sia un problema circoscritto, che interessa solo gli «specialisti». Ed è vero quel che ha scritto recentemente Eugenio Scalfari: la situazione non è peggiore di quel che si dice: è puramente e semplicemente pessima. Questa situazione si deve soprattutto a due motivi. Il primo è rappresentato dal fatto che l’ideologia del «profitto economico», un tempo contrastata da altri valori, ha rotto tutti gli argini: se un bene non produce profitto, vada in malora; oppure un bene, se è tale, «deve» produrre profitto, al pari di un giacimento di petrolio. A ciò va attribuito, oltre a molti altri effetti catastrofici, lo smoderato consumo di suolo a fini speculativi, da cui il leggendario «paesaggio italiano» uscirà per sempre distrutto.

L’altro motivo è che, su questo delicato terreno, sembrano essersi attenuate le distanze fra «politiche e comportamenti di destra» e «politiche e comportamenti di sinistra» (anche per questo argomento valgono molte delle riflessioni di Scalfari). Ma sulle accezioni di «destra» e di «sinistra» in materia ambientale tornerò in conclusione.

Allargando un po’ l’angolo visuale: io direi che nei comportamenti del governo in questa fase c’è più ideologia (e più consapevolezza) di quanto non appaia. L’elemento che unifica tante iniziative e proposte diverse, è lo «smantellamento del pubblico».

I tagli ai bilanci dei beni culturali, dell’Università, della ricerca, della scuola, l’arrogante buttar per aria procedure e regole confermate dall’esperienza di decenni, le minacce sempre pendenti sul comparto giustizia, la campagna terroristica (a cui purtroppo molti hanno abboccato) contro il «fannullonismo» nel pubblico impiego e contro le pretese insufficienze e il presunto degrado dei processi formativi a tutti i livelli (anche là dove tutto va bene), rappresentano altrettanti momenti di una strategia inequivocabile, che consiste nel fare tabula rasa di quanto in Italia ancora resiste come valorizzazione, miglioramento e difesa d’un patrimonio nazionale comune, quell’«essere italiani», cioè, quale è scaturito, con ombre e con luci, dalle esperienze della Resistenza e della Costituzione. Se non si coglie la programmatica generalità di tale attacco, e ci si limita a condannarlo separatamente quando appare nei suoi diversi segmenti, non gli si può rispondere efficacemente.

Da questo punto basso della situazione politica generale in tema di cultura ed ambiente, trovo che sarebbe un errore, opposto ma speculare, non accorgersi di fenomeni in controtendenza.

Cresce a livello di base una «resistenza» sempre più tenace e consapevole. Questo neoambientalismo è contraddistinto da tre fondamentali caratteristiche: nasce, come dicevo, dal basso, espressione d’interessi talvolta circoscritti, ma componibili in un quadro strategico complessivo; si autorganizza, non dipende cioè da altri (partiti, gruppi o associazioni), se mai trova forma di relazione al proprio interno (similia cum similibus componuntur), mantenendo tuttavia le proprie relative autonomie; punta dal particolare al generale, si muove dal punto in cui è nato, e in cui pure resta solidamente incardinato, per arrivare ad una visione di massima dei suoi problemi, là dove si spiega quel che, restando nel proprio «particulare», non sarebbe spiegabile.

Sarebbe dunque un errore limitarsi a registrare l’immagine di un’Italia immobile e passiva, esaurita per così dire negli schemi politici della nostra tradizione. In Italia ribollono risposte, che per ora non trovano né interlocutori all’esterno né concatenazioni fra loro. Ne segnalo una. È il più delle volte l’implicita (ma talvolta persino esplicita) risposta a quello «smantellamento del pubblico» di cui parlavamo. E cioè: le varie forme di eredità culturale e l’ambiente e il paesaggio, sempre più vengono intesi, a livello di base e di massa, come «beni comuni», al pari dell’aria e dell’acqua.

Come? Un profilo collinare, un’opera d’arte, un museo sono come l’aria che respiriamo o l’acqua che beviamo? Sì, nell’esperienza di decine di migliaia di persone sì, e sempre di più sì. Ciò significa che quel profilo collinare, quell’opera d’arte, quel museo risultano sempre più «incorporati» nella vita di ognuno che ne ha bisogno e ne fruisce, non importa se la sua vita si svolga lì da generazioni accanto a quel profilo collinare o a quell’opera d’arte, oppure se ne stia lontano migliaia di chilometri e la sua fruizione resti solo potenziale (ma non è detto che non possa diventare reale un giorno). Ossia: ognuno difende da sé il proprio bene, purché sia in vista di un interesse generale, quello della conservazione delle forme e delle eredità.

Alcuni si chiedono: questa impostazione è di destra o di sinistra? La questione è complessa. Mi limito a osservare: sono stato abituato fin da bambino a considerare di «sinistra» quanto metteva in discussione lo «stato di cose esistente» in direzione di una più umana e ragionata dislocazione dei doveri e dei benefici. Se oggi non lo si riconosce come si dovrebbe, mi pare che le responsabilità siano della «sinistra storica», ossia la sinistra com’è oggi. Per affermare i diritti della cultura, del paesaggio, dell’ambiente ad esser considerati «beni comuni», bisogna dunque cambiare la «politica», la quale non risponde più alle esigenze della cittadinanza, quand’anche siano assai diffuse. Un altro motivo per considerare la battaglia ambientalista non circoscritta e parziale ma generale: riguarda tutto e tutti, ma in primo luogo il «modo di governare».

Postilla

Pensando proprio a quanto ha scritto e fatto Asor Rosa abbiamo aperto una cartella intitola ”Verso una rete”. É dedicata a raccogliere materiali significativi di gruppi, associazioni, comitati che si costituiscono e si muovono per protestare, criticare, proporre un uso diverso della città, del territorio, dell’ambiente. In questo tessuto sociale individuiamo uno dei (pochi) segni di speranza per un futuro migliore. Ai soggetti presenti in questo mondo ancora fluttuante occorre fornire non solo solidarietà, ma anche idee e strumenti: di comprensione della realtà, in primo luogo.

A questo proposito, poiché una delle cause principali del disastro è, come Asor Rosa denuncia, l’appiattimento di ogni cosa sulla mera dimensione economica a sua volta schiacciata sulla rincorsa al maggior tornaconto individuale. non sarebbe male riprendere una lotta che spesso si dimentica: la critica e la lotta nei confronti non genericamente del “profitto economico”, ma del fatto che, nel nostro paese, il cosidetto “profitto economico” non comprende solo l’espropriazione del pluslavoro (visto da sinistra) o la remunerazione dell’attività imprenditiva (visto da destra), ma quell’obbrobrio premoderno, parassitario, bollato dalle dottrine liberali, che in Italia domina il campo da decenni, e forse da secoli.Parliamo, ovviamente, della rendita.

Del resto, lo sfruttamento selvaggio dei beni comuni della città, del territorio, del paesaggio avviene proprio accrescendo la rendita immobiliare (fondiaria+edilizia) e privatizzandola al di là di ogni decenza, sempre più spesso con la complicità dei rappresentanti del popolo. Ne parliamo anche nell’eddytoriale 119.


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