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La ripresa del campionato nell’era covid, e la Roma riparte tra i soliti problemi

Infortuni fisici e vicissitudini societarie non abbandonano la squadra giallorossa, come problemi strutturali e intrinseci dell'era "americana"
Gianluigi Polcaro - 22 Giugno 2020

Si ricomincia, il campionato riprende nell’era dell’emergenza Covid-19 dopo l’antipasto di Coppa Italia del 17 giugno, che ha visto il Napoli aggiudicarsi la finale contro la Juventus, e il recupero della 25esima giornata di ritorno della serie A che si è conclusa domenica 21 giugno con Inter-Sampdoria 2-1.
Esaurite coppe e recuperi tutti pronti per la 27esima giornata, che partirà il 22 giugno e che si protrarrà fino a mercoledì 24, con le tre gare serali tra cui Roma-Sampdoria all’Olimpico. E la squadra capitolina riprende come se la crisi pandemica non l’avesse sfiorata… o quasi. Ha mantenuto uno stile elegante e compassato, a onor del vero, nella fase degli accordi post lockdown rispetto ai rissosi club di ogni serie e torneo, ma è afflitta dai soliti problemi atavici ormai nel suo dna a “stelle e strisce”: parliamo degli infortuni fisici della squadra e delle mai dome lotte intestine tra dirigenti.
Notizia degli ultimi giorni, unica almeno per la serie A, la sospensione da parte della società giallorossa del suo direttore sportivo Gianluca Petrachi, una bomba mediatica che mette sotto i riflettori ancora una volta la Roma non certo per i successi sportivi.
Quando si parla del mondo giallorosso sembra di stare a discutere non tanto di una società sportiva professionistica, ma di un’organizzazione pensata più come una pubblica amministrazione, con i suoi settori, i suoi capi ufficio e le sue regole di condotta, con la differenza che le regole non sono dettate dalla legge e dalle norme amministrative, ma da chi si è formato in prestigiosi settori lavorativi, ma non di certo nel calcio ad alti livelli. Era Petrachi, appunto, l’unico dirigente di campo.

Il velo era già stato tolto dal figlio più caro di Roma, Francesco Totti, che, un anno esatto fa, alla conferenza d’addio alla società aveva tuonato tra le ampie e scivolose pareti del Salone d’onore del CONI contro la mala organizzazione societaria.
Centri di potere dislocati tra Londra, Boston e Roma in un sistema di check and balances più adatti per una forma costituzionale di governo che per una società privata progettata per vincere sui campi verdi.
Un sistema in cui chi detiene un potere relativo, come in questo caso i dirigenti, ne deve comunque rispondere alla massima carica, che nella Roma è il presidente Pallotta, lontano anni luce dall’ambiente, ma pronto a intervenire come extrema ratio di questo meccanismo, e i detentori di tale potere si ritrovano a non avere la forza e né il carisma per ottenere il massimo seguito, se non per difendere il proprio “orticello”.
Lo ha capito bene Franco Baldini che ha preferito incidere mantenendosi a debita distanza da cariche ufficiali e dalla stessa capitale.

La sintesi di questa organizzazione è il fare e disfare la squadra, il non arrischiarsi a prendere decisioni nette (vedi proprio il caso Petrachi: invece del licenziamento si è preferita la sospensione), prendere quelle giuste fuori tempo massimo e comunque far ricascare tutte le conseguenze delle crisi sull’apparato sportivo. E allora via allenatori, preparatori, Ds e dirigenti vari (8 tecnici e 4 direttori sportivi si sono avvicendati dal 2011), via anche le bandiere come Totti e De Rossi, ritenute troppo ingombranti per una squadra sempre in cambiamento, ma il risultato alla fine è sempre stato lo stesso: zero tituli, con la Juventus a stravincere e Napoli, Lazio e Milan (queste tre con un monte ingaggi inferiore alla Roma) a spartirsi il resto dei trofei.

Ne è conseguito un altro funesto risultato in questi anni, ossia la perdita di un’identità di squadra, dove per la prima volta i tifosi più giovani, i bambini, non hanno saputo a quale beniamino affidarsi, visto il viavai dei giocatori, diventando Roma ormai una tappa di passaggio per altri lidi (rimarranno a lungo Zaniolo e Pellegrini?).

Ma a chi giova tutto questo? Perché il presidente Pallotta permette che il suo feudo sia un continuo scontro tra vassalli?
È una domanda a cui non possiamo rispondere, ma ci vengono incontro i fatti, che dicono che Jim non passa per Trigoria da circa due anni, segno del disinteresse verso la squadra. Che non sia mai stato un amante del calcio è cosa nota, che sia venuto per il business anche, ma ritenere che quest’ultimo attraverso stadio, marketing, social media management ed eventi collegati potesse trainare il settore sportivo è una concezione stravagante e antistorica.
Altro fatto noto è la trattativa arenatasi con l’emergenza sanitaria per la vendita della società all’imprenditore Friedkin, che dimostra come la Roma sia in vendita già da un certo tempo.

Ecco, questi sono i fatti alla ripresa del campionato, in cui la Roma, in lotta per il quarto posto, deve cercare di fare quadrato intorno a mister Fonseca provando a evitare gli strali dirigenziali, pronti a cercare un colpevole sportivo in caso di disfatta.

La presunzione che anima tutte queste macchinazioni nasce da un’idea di società calcistica mai pensata prima in Italia, dove il settore sportivo diventa secondario e che a primeggiare debba essere una legge morale di comportamento declinata in base alle evenienze. Una concezione societaria che andrà evidentemente ad aggiornare i manuali nostrani di sociologia dell’organizzazione (o della dis-organizzazione?), a questo punto.

Chi invece mantiene una pazienza antica sono i tifosi romanisti, che custodiscono nel proprio animo quella qualità tipica del cives romanus, appunto considerato pius per le sue virtù di saper attendere e di custode delle tradizioni e i valori della città.
Dopo 93 anni di storia giallorossa, questo cives ne ha passate di tutti i colori ed è pronto ad aspettare il resto, al di là dei risultati sportivi.


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