

A Via della Cava Aurelia
E’ stato un 25 Aprile dell’80° bello e partecipato: oltre 80mila le presenze a Milano, migliaia a Roma e centinaia e centinaia di altre Manifestazioni piccole e grandi in tutta Italia. L’Italia antifascista ha detto la sua con voce alta e forte, nonostante la “sobrietà” richiesta dal Governo e dal Ministro Musumeci.
Anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo ieri fatto la parte che ci toccava con una Manifestazione molto partecipata di cui appresso trovate l’URL al video girato e montato da Enrico De Bernart che ringrazio di cuore per la sua costante presenza ai nostri Eventi e per il suo lavoro che ce li ricorda.
Nel Video sentirete un paio di mie disattenzioni. La prima, riferendomi al treno del 4 Gennaio 1944, ho detto “1° Gennaio”. La seconda, non ricordavo il nome di Vittorio Buttaroni, uno dei tre Martiri delle Ardeatine di Cavalleggeri che sono ricordati nel nostro Quartiere e di cui appresso trovate qualche riga di Memoria. Per entrambi queste mie disattenzioni – essendo sempre molto critico riguardo a me stesso – ho fatto i regolamentari 10 minuti di vergogna.
Dunque, qui trovate l’URL del Video del nostro 25 Aprile e grazie ancora a tutti / tutte i / le presenti ieri a Via della Cava Aurelia:
https://youtu.be/l_EeXXcSmEg?si=GfNMWFidM7mOuSJE
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Nasce a Genzano (Roma) il 15 Ottobre 1905 e, nel 1919, entra nel “Movimento Giovanile Repubblicano”. Negli anni ’30 si trasferisce a Roma, prima in Via dei Sabelli 114 (Quartiere di San Lorenzo), poi in Via Alessandro III, 6 dove, esercitando la professione di autista, diffonde materiale di propaganda antifascista.
Nel Luglio del 1932 viene arrestato per attività antifascista e appena scarcerato – sebbene fosse stato “ammonito” – riprende la sua attività di militante antifascista. A Dicembre dello stesso anno – in occasione della ricorrenza del decennale della “Marcia su Roma” – viene «prosciolto dai vincoli dell’ammonizione.».
Dopo il proscioglimento Buttaroni continua la sua attività antifascista e la Polizia continua a sorvegliarlo fino a quando un Fonogramma del Ministero dell’Interno, datato 20 Marzo 1940, comunica alla Questura della Capitale che «il noto repubblicano Buttarono Vittorio si è reso irreperibile.».
L’8 Settembre del 1943 Buttaroni combatte contro i tedeschi a Porta San Paolo, Al riguardo Emilio Lussu ricorderà, in un suo ascritto pubblicato postumo, che quel giorno, nel primo pomeriggio, lui e Vincenzo (Cencio) Baldazzi si stavano recando – su di un taxi – verso Porta San Paolo e a guidare quel taxi era proprio Vittorio Buttaroni.
Successivamente a quegli eventi Buttaroni entra nella Resistenza aderendo al Partito d’Azione che si era costituito clandestinamente in Italia nel 1942, come derivazione del Movimento di “Giustizia e Libertà”, fondato, a Parigi nel 1929, tra gli altri da Carlo Rosselli. Nel Partito d’Azione ebbe l’incarico di svolgere attività politica nel Quartiere Aurelio e nei Borghi limitrofi, creando un’importante rete operativa tra gli antifascisti della zona. Successivamente proseguirà la sua attività partigiana ai Castelli Romani.
Buttaroni partecipò a diverse azioni armate insieme a partigiani dei GAP e di Bandiera Rossa praticando quell’unità d’azione che contraddistinse, al di là delle sigle di appartenenza, i combattenti della Resistenza romana. Arrestato per una delazione, il 4 Marzo 1944, il suo nome viene inserito nella Lista dei 335 uomini che saranno fucilati alle “Cave Ardeatine”, il 24 Marzo del 1944. Con lui, in quelle Cave, moriranno, tra gli altri, altri due combattenti di Porta San Paolo:
Sabato Martelli. Castaldi (il Partigiano “Tevere”), Generale di Brigata dell’Aeronautica, insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare, alla Memoria e Roberto Lordi (anche lui di Genzano), Generale di Squadra Aerea e come Sabato Martelli-Castaldi, insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare, alla Memoria, per la sua attività partigiana.
A Genzano, una Piazza porta il nome di Vittorio Buttaroni che compare anche sulla lapide collocata sul Bastione di Largo di Porta Cavalleggeri ed ancora il nome di Buttaroni è riportato, al “Passetto” sempre a Borgo, su di una lapide – collocata a Giugno del 1945 – a memoria dei caduti di “Giustizia e Libertà”, alle Cave Ardeatine.
Ad ulteriore memoria della sua scelta antinazifascista una lapide collocata, il 25 Aprile del 1950, sul muro della casa dove Buttaroni visse, al civico 6, di Via Alessandro III, ricorda che:
“QUI DIMORÒ IL PARTIGIANO VITTORIO BUTTARONI. STRENUO DIFENSORE DELLA LIBERTÀ TRUCIDATO ALLE FOSSE ARDEATINE DALLA FEROCIA NAZIFASCISTA IL 24–3–1944.
I COMPAGNI DI LOTTA E IL POPOLO DEL RIONE CAVALLEGGERI. 25-4-1950”.
La lapide commemorativa, collocata sulle mura della casa di Borgo dove visse Vittorio Buttaroni. Di seguito quella collocata al “Passetto”, sempre a Borgo, per ricordare i caduti di “Giustizia e Libertà” alle Cave Ardeatine, il 24 Marzo del 1944. (Fonte iconografica: Internet).
[…]. Ecco perché è sempre tempo di Resistenza. Ecco perché sono sempre attuali i valori che l’hanno ispirata” (Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica Italiana, Genova, 25 Aprile 2025)
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L’operaio comunista Remo Scappini (“Giovanni”) Dirigente del CNL della città di Genova, firmerà – il 25 Aprile del 1945 a Villa Migone, residenza del Cardinale di Genova, Monsignor Pietro Boetto – la “resa incondizionata” dei tedeschi, comandati dal Generale Gunther Meinhold, alle Formazioni Partigiane genovesi.
Genova – città Medaglia D’oro al Valor Militare della Resistenza – sarà la prima città europea, tra quelle occupate dai nazifascisti, ad essersi liberata da sola, grazie all’insurrezione compatta e armata dei suoi cittadini.
Quando, il 27 Aprile, gli americani entrarono a Genova trovarono una città non solo completamente liberata dai nazifascisti, ma che funzionava ed era governata da quelli che l’avevano liberata e quella liberazione gli americani (che, con gli inglesi, Genova l’avevano più volte pesantemente bombardata, provocando centinaia e centinaia di vittime innocenti) la definirono: “A Wonderful Job!” (“Uno Splendido Lavoro!”).
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lo scorso 25 Aprile si è recato a Genova per celebrarvi l’80° Anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La scelta del Capo dello Stato di celebrare il 25 Aprile nella città della Lanterna, non è certo casuale, perché Genova si era liberata da sola, aveva guadagnato la Medaglia D’Oro al Valor Militare per la sua Resistenza e per l’insurrezione partigiana che l’aveva resa libera; era la città in cui Sandro Pertini nel Luglio del 1960, in un Comizio tenuto in Piazza De Ferraris, aveva chiamato i genovesi all’insurrezione contro il Congresso del Movimento Sociale Italiano autorizzato dal Governo del democristiano Tambroni e in cui avrebbe preso la parola l’ex Prefetto repubblichino della città Carlo Emanuele Basile, responsabile della deportazione di più di mille operai genovesi in Germania. (*)
Dunque quella di Mattarella è stata una scelta compiuta, certo, assai sobriamente, ma altrettanto certamente è stata una scelta dal significato politico preciso, poiché il Presidente della Repubblica, a Genova, ha parlato del passato, ma lo ha immerso completamente nel presente, attualizzandolo. Sotto trovate l’integrale del suo Intervento di ieri.
(*) Nella Memoria antifascista della città di Genova, oltre a quello del Prefetto repubblichino Basile – un altro nome è scolpito a lettere di sangue. Il nome è quello di Friedrich Wilhelm Konrad Siegfried Engel, conosciuto anche come “Il Boia di Genova” (1909-2006), Ufficiale delle SS condannato all’ergastolo in contumacia per la Strage della Benedicta (147 partigiani della 3^ Brigata Garibaldi fucilati), per la Strage del Turchino (59 fucilati), per l’Eccidio di Portofino (22 fucilati) nel 1944 e per la Strage di Cravasco, località nei pressi di Campomorone compiuta nel 1945 (20 fucilati) [https://www.legal-tools.org/doc/d7ea11/pdf].
Il 5 Gennaio 1944, Engel, diviene Capo dell’Aussenkommando Sipo–SD (la Polizia di Sicurezza delle SS) a Genova, di fatto era il responsabile di tutte le torture e le uccisioni di antifascisti e partigiani perpetrate dai nazifascisti alla Casa dello Studente (la “Villa Triste” di Genova) e allo Stadio Marassi della città. Per il suo comportamento nella città della Lanterna, Engel che alla fine della guerra mai farà un solo giorno di galera, il 30 Gennaio 1945, venne promosso Obersturmbannführer SS (Tenente Colonnello), “in considerazione dei buoni risultati ottenuti in ogni ambito”.
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Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia, in forma ufficiale, in occasione dell’80° anniversario della Liberazione
Rivolgo un saluto di grande cordialità a tutti i presenti, agli studenti particolarmente, al Ministro della difesa, ai rappresentanti del Parlamento e della Corte costituzionale. Ringrazio il Presidente della Regione, il Vicesindaco e il Vicesindaco metropolitano per i loro interventi, e li prego di trasmettere il saluto più cordiale e affettuoso nei confronti dei loro concittadini, di Genova e della Liguria.
Ringrazio molto il dottor Ronzitti per la sua ampia, puntuale ricostruzione. E vorrei, a nome di tutti, ringraziare per la testimonianza che poc’anzi ci è stata offerta su questo palco, con quella scena coinvolgente e suggestiva.
È per me un’occasione importante poter essere qui con tutti voi per celebrare oggi, qui a Genova, l’ottantesimo anniversario della liberazione dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista.
Una regione, la Liguria, che, ricca di virtù patriottiche, tanto ha contribuito alla conquista della libertà del nostro popolo.
Rendiamo onore alle popolazioni che seppero essere protagoniste nel sostenere e affiancare i partigiani delle montagne e delle città.
Dalla città di Genova, Medaglia d’oro al valor militare per la lotta di Liberazione che – recita la motivazione – “piegata la tracotanza nemica otteneva la resa del forte presidio tedesco, salvando così il porto, le industrie e l’onore”, alla città di Savona, Medaglia d’oro, insignita per “l’ostinazione a non subire la vergogna della tirannide”, alle Province di Imperia e di La Spezia, anch’esse Medaglie d’oro.
Così come alle Città di La Spezia e di Albenga, alla Provincia di Genova, insignite di Medaglia d’oro al valor civile per la Resistenza. Alle Croci di guerra assegnate, con la stessa motivazione, ai Comuni di Rossiglione, San Colombano Certenoli in val Cichero, Zignago, Albenga.
Dalla Liguria è venuta allora una forte lezione sulla moralità della Resistenza, sulle ragioni di fondo che si opponevano al dominio dell’uomo sull’uomo, si opponevano a un conflitto nato non per difendere la propria comunità ma come aggressione alla libertà di altri popoli.
Assumendo comportamenti elementari di rispetto e di solidarietà i partigiani si uniformavano a quel Codice di Cichero, che faceva sì che, nelle formazioni, il capo dovesse mangiare per ultimo, potesse addormentarsi solo una volta accertato personalmente che tutto funzionasse e fosse in ordine, avesse i turni di guardia più gravosi, che non si bestemmiasse, che non si molestassero le donne, che non si requisisse senza pagare il dovuto, che si dovesse dividere con gli altri qualunque cosa si ricevesse. Fraternità. Un’esperienza che ha tratto ispirazione da una figura, quella di Aldo Gastaldi, il partigiano “Bisagno”, comandante della Divisione Garibaldi-Cichero, protagonista di un impegno per la Patria, la giustizia, la libertà, considerato come servizio d’amore, oltre che esercizio di responsabilità. Morto drammaticamente un mese dopo la Liberazione, Medaglia d’oro al valor militare, la Chiesa di Genova ha determinato di dare avvio al processo canonico di beatificazione di questo Servo di Dio.

Poc’anzi, al cimitero di Staglieno, ho reso omaggio ai caduti del movimento della Resistenza e, con loro, ho reso idealmente omaggio alle figure dei patrioti dei due Risorgimenti che in esso sono ospitati. Nel 1945 l’Italia si univa nuovamente – Sud e Nord – dopo che quest’ultimo era stato separato e trattenuto in ostaggio dai nazisti e dalla Repubblica di Salò. Tante le sofferenze e i caratteri originali della Resistenza ligure, solidamente collegata ai centri di Torino e di Milano e destinata, come essi, a soffrire sino in fondo la barbarie nazista e fascista.
Con le stragi della Pasqua di sangue del 1944 alla Benedicta, di Fontanafredda di Masone, all’Olivetta di Portofino, a Costa Binella di Testico, alla Foce del Centa di Albenga, a Molini di Triora, Torre Paponi di Pietrabruna ove due sacerdoti vennero arsi vivi, a Ressora di Arcola. Qui si sviluppa la maturazione politica di patrioti che sanno assumere, accanto alle operazioni militari di sabotaggio e di contrasto alle forze di occupazione, responsabilità di governo. Qui si collocano anelli di quell’arco di esperienze di “zone libere” che confermano la presenza sul territorio delle formazioni partigiane e la stretta relazione con le popolazioni. Qui, con la libera Repubblica di Pigna e di Triora nell’Imperiese, di Torriglia nel Genovese, della Repubblica del Vara in Alta Val di Vara nello Spezzino, emerge la dimostrazione della estraneità tra regime e popolazioni. Questo si manifestava nelle vallate, e trovava conferma nelle città dalle quali migliaia di donne e uomini vennero ignobilmente avviate al lavoro coatto in Germania, alla deportazione verso il lager di Mauthausen. E la fabbrica, le fabbriche, si manifestarono, una volta di più, luoghi di solidarietà, scuole di democrazia, con la crescita di coscienza sindacale, e la costituzione delle squadre di difesa operaia. Con gli scioperi nel Savonese e nello Spezzino alla fine del 1943 e nel 1944, che conferirono una forte spinta all’allargamento del consenso verso il movimento partigiano. Gli scioperi a Genova del 1943 sino al giugno del 1944, sino allo sciopero insurrezionale del 1945. Il crollo del fronte interno del regime si manifestava giorno dopo giorno. Il Bando Graziani per l’arruolamento nei reparti fascisti aveva dato un involontario contributo ai partigiani: posti di fronte al dilemma o repubblichini o in fuga, molti giovani sceglievano la strada della montagna, superando ogni attendismo. I partigiani facevano terra bruciata dei tentativi repubblichini di organizzazione amministrativa: bruciare i registri anagrafici della RSI impediva, di fatto, sia le requisizioni dei beni dei cittadini, sia i tentativi di coscrizione obbligatoria. Da taluno si è argomentato come il contributo “militare” recato dalla Resistenza non sia stato decisivo per il crollo della Linea Gotica costruita dai tedeschi per ostacolare la risalita della penisola da parte degli Alleati e del Corpo Italiano di Liberazione. Al contrario, come è noto – e il 1944 lo ebbe a dimostrare – le forze dell’Asse in campo avevano difficoltà a presidiare, allo stesso tempo, le aree verso le quali premevano le forze alleate e le zone interne sempre più nelle mani della Resistenza.
Veniva ascoltato l’ammonimento rivolto da Giuseppe Mazzini ai tanti che, all’epoca, confidavano nell’intervento d’oltralpe: “più che la servitù, temo la libertà recata in dono”. L’aspirazione profonda del popolo italiano, dopo le guerre del fascismo, era la pace. Il regime aveva reso costume degli italiani la guerra come condizione normale: non la guerra per la vita ma la vita per la guerra. La Resistenza si pose l’obiettivo di raggiungere la pace come condizione normale delle relazioni fra popoli. In gioco erano le ragioni della vita contro l’esaltazione del culto della morte, posto come estrema disperata consegna dalle bande repubblichine. La Resistenza cresceva in tutti i Paesi europei sotto dominazione nazista. Si faceva strada, dalla causa comune, la solidarietà, in grado di superare le eredità delle recenti vicende belliche. Anche dalle diverse Resistenze nacque l’idea dell’Europa dei popoli, oggi incarnata dalla sovranità popolare espressa dal Parlamento di Strasburgo. Furono esponenti antifascisti coloro che elaborarono l’idea d’Europa unita, contro la tragedia dei nazionalismi che avevano scatenato le guerre civili europee. Un nome per tutti qui a Genova, quello di Luciano Bolis, esponente del Partito d’Azione, orrendamente torturato dalle Brigate nere nel febbraio 1945, miracolosamente sopravvissuto. Medaglia d’argento al valor militare, riposa ora a Ventotene, accanto ad Altiero Spinelli. Difendere la libertà dei popoli europei è compito condiviso. Ora, l’eguaglianza, l’affermazione dello Stato di diritto, la cooperazione, la stessa libertà e la stessa democrazia, sono divenuti beni comuni dei popoli europei da tutelare da parte di tutti i contraenti del patto dell’Unione Europea. La libertà delle diverse Patrie è divenuta la liberazione dell’Europa da chi pretendeva di sottometterla.
E fu una lotta così vera da coinvolgere anche persone che i nazisti pretendevano opporre ai partigiani. La solidarietà internazionale si misurò sulle montagne liguri come altrove con l’apporto recato dai tanti che, venuti da patrie lontane, si erano uniti alla Resistenza.
Desidero richiamare la figura del partigiano “Fiodor”, (Fiodor Andrianovic Poletaev), ucciso nella battaglia di Cantalupo il 2 febbraio 1945. A lui, giunto dalla Russia, la Repubblica Italiana ha voluto conferire la Medaglia d’oro al valor militare. Una strada di Genova reca il suo nome.
La vita democratica, come si è constatato, cresceva nel carattere proprio alle forze antifasciste genovesi che, accanto alla presenza di cinque partiti nei CLN del Nord Italia (azionisti, comunisti, democristiani, liberali, socialisti) annoverava una sesta forza politica, il partito mazziniano repubblicano.
Questione del tutto peculiare, per dirimere la quale, dal CLNAI, venne inviato Sandro Pertini, settimo Presidente della nostra Repubblica.
Oggi, nella sua regione, ne vogliamo onorare la memoria. La sua figura induce a ricordare che la partecipazione politica è questione che contraddistingue la nostra democrazia. È l’esercizio democratico che sostanzia la nostra libertà. Da questi principi fondativi viene un appello: non possiamo arrenderci all’assenteismo dei cittadini dalla cosa pubblica, all’astensionismo degli elettori, a una democrazia a bassa intensità. Anche per rispettare i sacrifici che il nostro popolo ha dovuto sopportare per tornare a essere cittadini, titolari di diritti di libertà. Il rovinio del posticcio regime di Salò, la progressiva sconfitta del nazismo apparivano ormai irreversibili e a Genova, importante bastione industriale, si posero le condizioni dell’insurrezione e, come abbiamo ascoltato, un esercito agguerrito si arrendeva al popolo. Ridurre le forze tedesche a trattare con i partigiani non fu facile. Preziosa fu la mediazione dell’Arcivescovo di Genova, il Cardinale Pietro Boetto – dichiarato “giusto fra le nazioni” per il soccorso prestato agli ebrei – per giungere a siglare la resa del comando tedesco nella sua residenza di Villa Migone, tra il generale Meinhold e il presidente del CLN Remo Scappini (“Giovanni”).
Sarebbe toccato al partigiano Pittaluga – Paolo Emilio Taviani – annunciare la mattina seguente: Genova è libera. Il generale Meinhold – condannato a morte da Hitler come traditore – avrebbe poi scritto: “era la sorte della città e quello che più contava la vita di migliaia di persone da tutte e due le parti che doveva starci a cuore…. La mia coscienza mi vietava di sacrificare ancora un sol uomo”. Il rischio che Genova finisse distrutta come Varsavia era sventato. Si apriva la stagione dei diritti umani delle persone e dei popoli, per prevenire i conflitti, per affermare che la dignità delle persone non si esaurisce entro i confini dello Stato del quale sono cittadini. Non ci può essere pace soltanto per alcuni. Benessere per pochi, lasciando miseria, fame, sottosviluppo, guerre, agli altri. È la grande lezione che ci ha consegnato Papa Francesco. Nella sua “Fratelli tutti”, ci ha esortato a superare “conflitti anacronistici” ricordandoci che “ogni generazione deve far proprie le lotte e le conquiste delle generazioni precedenti e condurle a mete ancora più alte…Non è possibile accontentarsi di quello che si è già ottenuto nel passato e fermarsi, e goderlo come se tale situazione ci facesse ignorare che molti nostri fratelli soffrono ancora situazioni di ingiustizia che ci interpellano tutti”. Ecco perché è sempre tempo di Resistenza, ecco perché sono sempre attuali i valori che l’hanno ispirata. A Genova si espresse e si affermò il respiro della libertà. Un’anima che non sarebbe mai stata tradita.
Un patto, un impegno, che non sarebbero venuti meno neppure quando, negli anni ‘70, il terrorismo tentò di aggredire le basi della nostra convivenza democratica. E dalle fabbriche venne una risposta coraggiosa, esigente, che si riassume nel nome di Guido Rossa.
La sua testimonianza appartiene a quei valori di integrità e coraggio delle persone che, anche qui, edificarono la Repubblica.
Viva la Liguria partigiana, viva la libertà, viva la Repubblica.
Fonte: https://www.quirinale.it/elementi/131546
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