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Romanzo criminale, la seconda serie. Il tragico epilogo della banda

10 episodi per raccontare le vicende successive alla morte del Libanese, dove emerge l'anima di una Roma proletaria e violenta

Il Libanese è morto, si scatena la caccia agli assassini, e le vicende della banda si susseguono fino al suo tragico epilogo. È il resoconto della seconda serie di Romanzo Criminale, trasmessa su Sky Cinema dal mese di novembre 2010. Un successo che segue quello della prima serie, già distribuita anche all’estero.
10 episodi tratti sempre dall’omonimo libro di Giancarlo De Cataldo in cui si narra come quell’organizzazione compatta, che domina su Roma sotto il controllo del Libanese, comincia a cambiare. I poteri forti si fanno sempre più insistenti e vedono nel Dandi un capo più sicuro per i propri interessi. Il gruppo storico della banda comincia pian piano a scollarsi, fino a giungere a una vera e propria faida, con la polizia che, gioco forza, ha la meglio.

Il Bufalo è ossessionato dalla morte del Libanese; il Freddo si barcamena tra i suoi ex compagni e il Dandi si avvia verso un’ascesa finanziaria inarrestabile. Si avvicendano altri personaggi sulla scena, come quello di Donatella, altra antieroina che fa da contraltare a Patrizia, la riottosa “donna del gangster”.
Stefano Sollima, il regista, è affezionato ai suoi personaggi e, nonostante il contesto violento in cui agiscono, le loro sorti sono seguite con partecipazione, anche perché la loro fine sancisce il termine della fiction.

A coronamento dello sceneggiato, il canale History di Sky ha trasmesso il documentario sulla vera storia della banda della Magliana. Una ricostruzione per la TV tanto incalzante nel ritmo quanto storicamente precisa nella narrazione. Un documentario snello e utilissimo, visto che la nostra serie è molto attinente ai fatti accaduti a Roma tra la fine degli anni ’70 e la fine degli anni ’80. I personaggi della serie sono facilmente identificabili con i boss della Magliana, anche se edulcorati e resi fruibili per un pubblico vasto. Un fenomeno che ha saputo catturare l’interesse dei giovani, non solo romani, grazie anche a una maggiore attenzione e cura del prodotto finale.

Come abbiamo analizzato nella prima serie, vengono rappresentati dei ragazzi di una Roma proletaria, che cercano il riscatto dalla miseria in cui è relegata. Figli di operai, che nella confusione e nella crisi di valori degli anni ’70 scelgono la via violenta per raggiungere il successo e lo sfarzo eccessivo. Niente ideologie, nessuna coscienza di classe, solo il codice della strada. Le batterie unificate che dominano su Roma, un sogno raggiunto, e per alcuni di loro un ideale a cui tenere fede. I bulli della Capitale, “i più” dei rioni e delle borgate, tutti insieme appassionatamente. La fine delle “puncicate” e l’avvio di una nuova pax romana. Ecco la differenza con le mafie del Sud. La banda della Magliana rientra nella tradizione romana dei bulli, che da secoli sono presenti per le strade popolari di Roma. E negli anni di piombo i nipotini di Meo Patacca decidono di fare il grande salto, complice uno Stato assente e prono solo ai poteri forti.
A differenza della radice clientelistica e familistica delle organizzazioni malavitose meridionali, le criminalità romane sono fondate sull’ideale dello smargiasso dove ciò che conta è l’essere prepotenti e boriosi e lo scopo è la gloria personale; divenire er più de Trastevere o della Magliana, è questo quello che conta. Ecco perché nella mente del Bufalo il Dandi deve pagare. Lui che ha apposto la pietra tombale sulla banda, lui che ha tradito quegli ideali di riscatto pensando solo ai propri affari. E così è stato anche nella realtà, con “Renatino” De Pediis caduto sotto il fuoco della vendetta di Colafigli e soci. L’ultimo boss della banda della Magliana trucidato per le vie del centro. A chiudere il cerchio è la sete spasmodica di ricchezza degli ex-accattoni della Roma pasoliniana, che cresce esponenzialmente con la paura di un ritorno a una vita miserrima. Il codice della strada è ormai un ricordo. Tenere in piedi un’organizzazione su un territorio vasto come la capitale è un’impresa ardua, con i vari capetti che si scannano per accaparrarsi quello che è rimasto. I poteri forti ora hanno altri obiettivi. Devono riciclare le ricchezze della banda in investimenti puliti. Ormai il meccanismo è ben oliato e anche il Dandi/De Pediis è un pezzo d’antiquariato, lasciato stecchito proprio di fronte al negozio di anticaglie, che stava visitando.
La faida che si scatena è raccontata con una venatura malinconica, che rasenta il poetico-visionario quando il Libanese appare al Dandi nella veste di sua coscienza critica, anticipandogli le sempre più amare conquiste del “nuovo Re di Roma”. Apparizioni che si ripetono in diversi momenti della serie e che estraniano il Dandi in un’atmosfera dai contorni teatrali e onirici.

Il finale è seguito da un post finale, con la scena della Magliana ai giorni nostri, che apre anche la prima serie. Un uomo dal viso scavato e dallo sguardo penetrante, un Bufalo anziano (interpretato dal bravissimo Mauro Cremonini), pesto e con un omicidio caldo alle spalle; entra nel vecchio bar e sogna di nuovo la banda riunita che gioca e scherza. Ma il suono della sirena incalza dalla realtà. Il Bufalo avvisa il Libano “La madama!”, ma le parole dell’ex capo sono una sentenza per il vecchio bandito: “Oh Bufalo, e che me ponno fa, io so morto!”. Le note di Liberi Liberi di Vasco Rossi aleggiano nell’aria, e il vecchio Bufalo si fa ammazzare dalla malinconia e dalla Polizia. Tutto è finito, e il riscatto dei “ragazzi di vita” è affogato nel sangue. Non servono più.

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