Un successo la maratona poetica nei dialetti d’Italia

Il 26 gennaio 2019 presso la Biblioteca San Marco in Agro Laurentino nel quartiere Giuliano-Dalmata
Brunella Bassetti - 1 Febbraio 2019

Dall’Alpi alle Piramidi, Dal Manzanarre al Reno”, strizzando l’occhio al nostro Manzoni nazionale – che tanta importanza e rilevanza ebbe nella dibattuta “Questione della Lingua italiana” – potremmo così riassumere l’iniziativa, notevole e di ottimo livello, “Poeti in dialetto a Roma” svoltasi il 26 gennaio 2019 presso la Biblioteca San Marco in Agro Laurentino situata nella parrocchia omonima nel quartiere Giuliano-Dalmata.

Una piacevole e nutrita maratona, circa 3 ore, di poeti e di lettori che hanno creato armonia, attraverso il suono specifico di ciascun dialetto e trame, imbastite dalle molteplici immagini e parole. Un pomeriggio ricco di esperienze, veicolate attraverso le voci e storia di luoghi, descritti attraverso le lingue. Si dice che i poeti siano i depositari delle sensazioni più profonde e insondabili dell’animo umano; quelli dialettali riescono, addirittura, ad andare oltre. Le poesie delle “lingue materne” restituiscono quel sapere antico che dimostra di essere attualissimo in ogni sua più piccola sfumatura.

Il gruppo più nutrito di poeti, naturalmente, è stato rappresentato da coloro scrivono in dialetto romanesco (Brunella Bassetti, Lorenzo Poggi, Nadia Puglielli, Francesca Ricci, Nicoletta Chiaromonte, Raffaello Colosimo, Stefania Di Lino) e di zone limitrofe da Canale Monterano (Eugenio Paolo D’Aiuto), a Colonna (Fausto Giuliani), a Subiaco (Maria Lanciotti), oppure in dialetti laziali: Terracina (Cristina Polli con una poesia di Gigi Nofi), Pontecorvo (tre poesie di esordio in dialetto pontecorvese di Fernando Della Posta), di San Vittore del Lazio di Luigi Matteo. Altre performances hanno riguardato i dialetti appartenenti alla zona geografica dialettale dantesca dell’”Apulia” (Campania, Basilicata, Puglia) con l’esordio in dialetto di Tricase (LE) di Annamaria Ferramosca, la lettura di Vincenzo Luciani di un suo testo in dialetto di Ischitella nel Gargano. Anna Maria Curci ha letto due testi nei dialetti lucani di San Fele (una poesia della compianta Assunta Finiguerra) e di Muro Lucano (poesia di Salvatore Pagliuca). Nino Stavolone ha declamato testi in salernitano. Ignazio Semeraro ha letto un testo in genovese di Alessandro Guasoni, Rosanna Gambarara ha letto sue poesie nel dialetto marchigiano di Urbino. Abbiamo attraversato l’Italia dall’estremo nord (dialetto di Trieste con Roberto Pagan) all’estremo sud (dialetto dell’isola di Lipari con Davide Cortese). Inoltre, degni di nota i versi recitati nel dialetto di Rovigno (non potevano certo mancare trovandoci nel cuore del quartiere Giuliano-Dalmata di Roma) da Gianclaudio de Angelini e quelli declamati in lingua rumena da Lidia Popa (considerata alla stregua di un nuovo dialetto italiano vista l’alta percentuale di cittadini rumeni presenti in Italia).

La serata è stata introdotta e condotta da Anna Maria Curci, da un intervento di Vincenzo Luciani che ha illustrato le motivazioni dell’evento e da Manuel Cohen che ha svolto un apprezzato intervento sul tema il dialetto lingua della poesia, spaziando tra i poeti nei dialetti d’Italia.

La forma poetica, nelle sue varie sfaccettature e specificità, ci ha suggestionato e incantato cristallizzando molteplici tematiche: dal ripiegamento su sé stessi alle boutade, dai momenti elegiaci a momenti intimi o familiari; dai fatti di cronaca o politici alla rappresentazione dei costumi della nostra società, odierna e passata.

Insomma, un particolare spaccato dell’Italia di oggi, attraverso la lingua di ieri per pensare e progettare il futuro. E il maggiore stupore è stato quello di notare come la forza poetica si mantenesse anche nelle traduzioni dei versi nella lingua italiana.

Attraverso le voci si sono trasmesse emozioni e vibrazioni, elementi peculiari della forma poetica e di ogni tipo di comunicazione sociale e culturale; le onde delle voci hanno viaggiato liberamente attraverso confini, regioni, città, paesi. Marcare, delimitare i propri luoghi d’origine attraverso i propri versi in dialetto è stato un impareggiabile dono per i tanti poeti intervenuti, all’interno di un progetto ispirato e che ispira. Un progetto inclusivo, aggregante con un alto potenziale per la diffusione della poesia e dei dialetti.

L’Italia dei quasi 8.000 Comuni che proprio in virtù di questi microcosmi istituzionali riuscì, nel corso dei secoli, a mantenere e conservare intatte le sue specificità linguistiche geografiche. Sappiamo che la formazione di una lingua nazionale (a differenza, per esempio, della Francia o della Spagna) tardò a formarsi proprio per questo e solo con l’unificazione dell’Italia si presentò, con maggior vigore, la risoluzione dell’annosa “Questione della Lingua Italiana”. I ‘dialetti’, infatti, rappresentavano per molti studiosi un ‘limite’.

Questa storica disputa sorta in ambito letterario per identificare quale lingua utilizzare nei territori della penisola italiana iniziò, di fatto, già nel Trecento con il trattato “De Vulgari Eloquentia” dove, con una sensibilità e una lucidità eccezionali per la sua epoca, Dante descrisse per la prima volta in assoluto l’Italia dialettale. Proseguì nel Cinquecento e, a fasi alterne, fino all’epoca di Alessandro Manzoni con il quale si ebbe una svolta importante.

C’era necessità di un linguaggio chiaro, semplice, accessibile a tutti ossia popolare. Inoltre, doveva essere una lingua comune, unica e unificante che favorisse l’unità spirituale degli italiani e la creazione delle basi di uno Stato moderno. Per essere una lingua moderna doveva essere parlata; per essere una lingua unitaria occorreva scegliere e avere come modello una particolare lingua parlata. La scelta, come sappiamo, ricadde sul ‘fiorentino’, non quello scritto della tradizione letteraria ma quello parlato dalle persone colte di Firenze nei bisogni della vita pratica.

In sottofondo c’è sempre stata questa tensione/dicotomia tra i tradizionalisti, impegnati a conservare la purezza della lingua e dei princìpi letterari e i rinnovatori, ansiosi di liberare la lingua dai modelli tipici della Crusca. In mezzo i dialetti, per troppo tempo bistrattati e, quindi, destinati all’oblio.

È proprio di questi giorni la divertente polemica e la fortuna, soprattutto, sui social della locuzione “Esci il cane”. Di fronte a tali derive (come direbbero i più conservatori) iniziative di questo genere, quindi, acquistano e devono acquistare ancora più valore e risonanza.

È stato il tempo magnifico delle lingue locali, delle parlate del volgo, del popolino (allora degli ‘analfabeti’) che si sono tramandate – per i dialetti meno noti e meno conosciuti – oralmente attraverso il racconto di nonni, amici, parenti, proverbi, filastrocche e ninne nanne. Attraverso la forma nobile poetica sono ritornate a noi, nuovamente sono diventate lingue d’uso in occasione di questa settima “Giornata Nazionale del Dialetto e delle Lingue Locali”.

Si parla tanto di costruire e di fare ‘memoria’ storica condivisa. Salvare e conservare il patrimonio linguistico locale è anch’esso fare ‘memoria’. E lo si può fare partendo dalle realtà comunali, dai singoli cittadini, recuperando e suggerendo l’attuazione di azioni e progetti concreti. C’è un estremo bisogno di difendere le nostre variegate e molteplici tradizioni linguistiche popolari e dialettali e il nostro conseguente patrimonio immateriale: questo tesoro estremamente fragile, vulnerabile e deteriorabile che tende a disgregarsi più di monumenti, beni artistici o naturali. Tentare di salvarlo attraverso la ‘poesia’ acquista un merito ancora maggiore.

Un plauso particolare va agli organizzatori della serata: Vincenzo Luciani dell’Associazione “Periferie” – Centro di Documentazione della poesia dialettale “Vincenzo Scarpellino” (tra gli ideatori e fondatori con UNPLI e Legautonomie Lazio del protocollo d’intesa che il 7 novembre 2012 lanciò la “Giornata Nazionale del Dialetto e delle Lingue Locali” e le diede vita il 17 gennaio 2013); Cristina Polli e Anna Maria Curci del gruppo “Lend” (Movimento di Lingue e Nuova Didattica) di Roma, che in sinergia operano per far risuonare gli scritti dei poeti delle “altre lingue” che vivono e operano a Roma.

L’impegno profuso dagli ideatori e organizzatori nella conservazione e salvaguardia dei dialetti italiani, tuttavia, non si esaurisce all’interno degli eventi di questa giornata. Molto presto le voci poetiche dialettali potranno trovare spazio nella biblioteca mondiale on-line Poetry Sound Library, il bellissimo progetto di Giovanna Iorio,  per la sezione “La parola terra materna” (una sorta di mappa poetica, una grande condivisione di voci poetiche da ogni angolo del mondo; la sezione “La parola terra materna è curata da Anna Maria Curci).

Inoltre, a cura del gruppo “Lend” di Roma, sulla piattaforma SOFIA è già possibile iscriversi al corso di formazione in presenza (a Roma il 21 febbraio 2019 all’Istituto Statale “Vincenzo Arangio Ruiz”, il 22 marzo 2019 alla Biblioteca Nazionale) e on-line su “Poesia e plurilinguismo”, per esplorare le interconnesse potenzialità educative e formative.

 

Brunella Bassetti

Slideshow realizzato da Valentina Ciurleo


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